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giovedì 17 luglio 2014

L'altra faccia del femminicidio

 di Robi Ronza 

 
Marito cacciato di casa
FOnet: http://www.lanuovabq.it/it/articoli-laltra-faccia-del-femminicidio-9707.htm

«È clinicamente morto Riccardo Bazzurri, 32 anni, che non accettando la fine della storia con la sua compagna, ha aperto il fuoco in strada contro Ilaria, l'ex convivente 24enne e il figlio di due anni, per poi spararsi un colpo alla testa. Tra i feriti, anche un'amica della donna. L'aggressione è avvenuta a Ponte Valleceppi, alla periferia di Perugia». Giunto brevemente sulle prime pagine dei giornali lo scorso 8 luglio, e poi ben presto sommerso dal fluire della cronaca, il tragico episodio è stato ancora una volta commentato dalla stampa attingendo per lo più alla girandola di luoghi comuni ormai di rigore in casi del genere.

In quanto poi al mondo della politica basti citare le dichiarazioni di un assessore regionale umbro il quale, di fronte a tanta tenebra non vede altra possibile luce se non quella della «Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, la cosiddetta Convenzione di Istanbul». Secondo l’assessore, per evitare il ripetersi di tragedie del genere basta affidarsi  all’«approccio innovativo» di questo documento  che «punta sull’autodeterminazione delle donne e chiede di mettere in campo strategie e azioni strutturali ed integrate per affrontare il problema da un punto di vista culturale e politico». «L’Umbria - ha concluso l’assessore (di cui pro caritate non citiamo il nome) - farà la sua parte e chiede al Governo nazionale, ormai da troppo tempo in silenzio sull’argomento, di fare altrettanto».
Che l’Umbria – osserviamo per inciso - con tutto ciò che magistralmente insegnano la sua storia, i suoi monumenti e il suo paesaggio, abbia da gran tempo i governi e le maggioranze che sappiamo è cosa che appartiene al mistero della libertà umana; ma non è questo che ci interessa qui. E nemmeno vogliamo soffermarci in particolare su tale specifico episodio, quanto piuttosto prenderlo in considerazione come sintomo di qualcosa di ben più vasto.

Beninteso, aggressioni, omicidi e suicidi di cui si rendono responsabili uomini respinti dalle madri dei loro figli, e spesso preclusi da una normale relazione paterna con questi ultimi, sono e restano dei crimini di sangue che nessuna attenuante può annullare. Tuttavia pretendere di spiegare tutto con la presunta irriducibilità dell’uomo-padrone è cosa di una banalità sconfortante.

Questi delitti sono piuttosto l’esplosione patologica di un grave disagio, che resta tale e che merita di venire considerato attentamente anche in quella stragrande maggioranza dei casi in cui non giunge a conseguenze estreme tanto tragiche. Sarebbe ora di rendersi conto che nella crisi di civiltà in cui viviamo il ruolo femminile si sta disarticolando forse ancor più e peggio del ruolo maschile. Non solo in quello che nel Vangelo viene chiamato il “mondo” ma anche in ambiti ove l’annuncio cristiano è forte e chiaro si moltiplicano i casi di mogli e madri che a non molti anni dal matrimonio rompono con i mariti e padri dei loro figli per motivi relativamente futili rispetto alla gravità di ciò che da tali rotture consegue in primo luogo a danno dei figli.

Nel contesto sociale e giuridico del nostro Paese ciò implica tra l’altro l’uscita di casa del marito respinto il quale nella maggior parte dei casi, gravato dall’onere degli alimenti e del costo di un alloggio per proprio uso, diventa un “nuovo povero”.  In Lombardia, e immaginiamo anche altrove, già sono sorti presso santuari e presso parrocchie degli ostelli per mariti e padri separati che non sono in grado di pagarsi un alloggio proprio. E non mancano poi casi di madri che insieme al marito abbandonano anche i figli, con tutte le ulteriori complicazioni che ne derivano. Non vogliamo di certo dire – osserviamo concludendo – che il peso del naufragio dei matrimoni incomba sempre sui mariti e padri. Affermiamo però che anche questa eventualità, in effetti sempre più frequente, va responsabilmente considerata con la dovuta attenzione.

martedì 4 marzo 2014

Violenza femminile: la parola ai fatti

Fonte: http://it.avoiceformen.com/suggerito/violenza-femminile-lasciamo-parlare-i-fatti/


Violenza Femminile: lasciamo parlare i fatti.

uccide il marito, violenza femminile
In un clima di odio misandrico, alimentato quotidianamente dalla propaganda femminista, A Voice For Men vuole accendere i riflettori sulla violenza femminile.
Nonostante essa sia continuamente sminuita e taciuta, ogni giorno, in tutto il mondo, tantissime donne continuano ad esercitarla con una gavità tale da meritare una seria e attenta riflessione.
Questa volta però, dopo aver affrontato l’argomento in un precedente post, vogliamo far parlare direttamente le notizie, i fatti di cronaca che hanno ad oggetto proprio la brutalità e la crudeltà della cd. violenza rosa. Saranno i lettori e le lettrici a trarre le dovute conclusioni. Saranno loro a chiedersi se davvero la Convenzione di Istanbul sulla violenza di genere meriti rispetto o debba essere considerata per quello che realmente è: l’ennesimo vergognoso complotto delle lobbies femministe all’integrità dei diritti maschili.
Ecco solo alcune delle notizie che riguardano la violenza perpetrata da donne nei confronti di uomini.
Abbiamo volutamente escluso quelle che riguardano i bambini o gli anziani, ma la conta sarebbe infinita.
Le televisioni e i talk show non hanno gridato allo scandalo, né all’emergenza sociale. Le femministe di tutto il mondo non hanno chiesto leggi speciali da soviet russo per contenere e reprimere il fenomeno. Nemmeno gli psicologi hanno parlato di rieducazione e recupero per le violente. Non ci sono state conferenze, flash mob internazionali, né si sono chiesti fondi per i centri antiviolenza. Non si è parlato di maschicidio.
Eppure la gravità e la barbarie di questi fatti di cronaca parlano da sole. Essi sono passati in sordina, addirittura nascosti dai grandi quotidiani, ma noi vogliamo riportarli alla luce.
Basta cliccare sul titolo della notizia per leggere l’articolo completo.
1. Uccide il marito con un colpo di pistola alla nuca.
2. Uccide il marito, lo taglia a pezzi e lo cucina.
3. Veleno in vagina per uccidere il marito litigioso.
4. Moglie uccide il marito e simula la rapina.
5. Le regalano un coltello e lei ci uccide il marito.
6. Uccide il marito e la figlia, poi confessa: sono stata io.
7. Inghilterra, lotta per il telecomando: donna uccide il marito.
8. Moglie uccide il marito perché puzzava troppo.
9. Uccide il marito ustionandolo con l’acqua bollente.
10.Uccide il marito dopo l’operazione al seno.
11. Uccide il marito a martellate poi brucia il cadavere.
12. Uccide il marito, assolta.
13. Uccide il marito e poi lo chiude in un sacco a pelo.
14. Uccide a morsi il marito perché la rifiuta.
15. Ginecologa uccide il marito, poi si suicida in ospedale.
16. Uccide il marito ubriaco, con perforazione rettale, dopo averlo seviziato.
17. Spara al compagno: “Venitemi a prendere”!
18. Moglie ubriaca picchia il marito.
19. Percosse al marito: “Mi picchia da tempo”.
20. Moglie violenta allontanata da casa.
Vogliamo ricordare ancora una volta, in conclusione, che per la Convenzione di Istanbul sulla violenza di genere, fatta approvare dal Presidente della Camera Laura Boldrini lo scorso Agosto, la violenza femminile non esiste. Sembra sia arrivato il momento che gli uomini italiani, e non solo, prendano coscienza dell’attaco continuo che viene perpetrato quotidianamente a loro danno, e comincino a far sentire la propria voce.
O forse le loro vite e la loro incolumità valgono meno?

giovedì 13 giugno 2013

Basta menzogne sul “femminicidio”: atteniamoci ai dati ufficiali

 

 

Basta menzogne sul “femminicidio”: atteniamoci ai dati ufficiali

Dato che i giornalisti di professione non fanno il loro mestiere, cercherò di farlo io al posto loro. Inoltre, vorrei dimostrare – dati ufficiali alla mano – che il fenomeno del femminicidio non esiste, è pura retorica politica e femminista.
Non è più tollerabile assistere al massacro politico, mediatico e giornalistico del genere maschile e della figura dell’uomo in generale. In quanto uomo mi sento offeso e indignato dalle continue sparate femministe dell’attuale presidente della Camera. Sono un uomo felicemente sposato, a mia moglie devo molto, moltissimo, ma questo non mi impedisce di ricercare sempre la verità dei fatti, non favole retoriche e pretestuose per saziare la frustrazione di alcune donne contro il genere maschile in quanto tale. Credo che sia una forma di discriminazione violenta e inaccettabile. Mi auguro che gli uomini e le donne che ragionano con la propria testa si ribellino a questa propaganda falsa, pericolosa e distruttiva della dignità di milioni di persone. Probabilmente ci sono associazioni che chiedono denaro e la Task Force che si sta approntando sul femminicidio va proprio in quella direzione. Ed è sempre un buono argomento per distogliere l’attenzione sui più gravi problemi economici e sociali che l’Italia sta vivendo. E constato con tristezza e indignazione che i bambini, gli anziani e gli uomini in generale sono scomparsi totalmente dalle cronache di violenza sui media, sia televisivi che cartacei. I bambini, soprattutto, andrebbero tutelati e protetti.
Nel Rapporto sulla criminalità in Italia del Ministero dell’Interno si trovano le tabelle degli omicidi commessi in Italia fino al 2006. E’ possibile scaricare tutto in formato pdf.
http://www.interno.gov.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/14/0900_rapporto_criminalita.pdf
Ebbene, si evince dal capitolo IV, riguardante Gli omicidi volontari e nel capitolo V, Le violenze contro le donne, che gli omicidi in Italia sono passati da 1441 del 1992 a 621 nel 2006. Gli omicidi di stampo criminale sono calati fino a 121 nel 2006 a fronte di 340 nel 1992; contemporaneamente gli omicidi familiari sono arrivati a 192 nel 2006 contro i 97 del 1992 (pag. 118). Gli omicidi familiari sono aumentati, questo è vero e provato.
Vediamo le percentuali per genere e rapporti familiari. Nel periodo 2001-2006 gli omicidi familiari sono suddivisi in questo modo: femmine 62,9 %; maschi 26,0 % ; padri uccisi 25,1 %, madri 7,4 %; figli maschi 18,2 %, femmine 14,5 %; nonni, zii, fratello/sorella, cugini, nipoti maschi 17,2 %, femmine 5,6 % (pag. 119).
Esiste un rapporto di 2-3 a 1 di omicidi di donne rispetto agli uomini in famiglia, ma un padre ha la probabilità di essere ammazzato tre volte tanto rispetto a una madre e lo stesso vale per nonni, fratelli, zii e nipoti.
Passiamo adesso ad analizzare le vittime di violenza nel periodo 2004-2006. I maschi sono il 73,4 %, le donne il 26,6 %. Nel periodo 1992-1994 i numeri sono: maschi 84,7 %, femmine 15,3 %. La violenza contro il genere femminile è aumentata dell’11,3 % in 14 anni (pag. 123). C’è un dato interessante che viene sempre ignorato quando si parla di violenza contro le donne. Sotto la voce Autori di omicidi, si scopre che la percentuale degli omicidi commessi da donne è passata dal 5,1 % del 1992-94 all’8,3 % del 2004-06 (pag. 126). Sono quasi raddoppiati in 14 anni.
A pagina 132-33 si parla di quasi 7 milioni di donne, tra i 16 -70 anni di età, che si presume abbiano subito un qualche tipo di violenza fisica o sessuale nell’arco della vita. Purtroppo, in questo caso,non viene citata alcuna fonte. Questo dato non può essere preso in considerazione perché manca totalmente qualsiasi tipo di registrazione documentale che attesti simili cifre.
Andiamo avanti. Si scopre – cosa incredibile anche per me – che l’uomo violento ha subito nel corso dell’infanzia violenza fisica o sessuale in percentuali maggiori da parte della madre: madre violenta verso il figlio maschio 42,4 % sì, 6,5 % no; padre violento verso il figlio maschio 34,8 % sì, 6,2 % no (pag. 139).
Prendendo un’altra fonte su internet si scopre che le donne sono responsabili del 15,1 % del totale degli omicidi nel 2010, quindi il triplo rispetto al 1992-94. Nello stesso articolo, dati Eurispes, scopriamo che gli infanticidi sono aumentati di quasi cinque volte in due anni. Infatti dai 4 del 2008 passiamo ai 18 del 2010.
http://unimarconi.freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?idd=10426770
Confronto con gli altri Stati europei
Riprendendo in mano il Rapporto sulla criminalità del Ministero dell’Interno abbiamo questo quadro: la percentuale di omicidi di donne ogni 100.000 mila abitanti in Italia è di 0,5 %; in Svezia è di 0,6 %; in Finlandia è di 1,8 % e infine nel Regno Unito è di 0,4 %, quest’ultimo è il dato più basso in Europa. Questi dati sono del 2001 (pag. 160). Quindi, si evince che le donne italiane sono più sicure rispetto alle tanto invidiate donne svedesi, per non parlare delle finlandesi.
Secondo gli ultimi dati ufficiali dell’ONU sulla violenza contro le donne, aggiornati al 2012, indicano che l’Italia è il Paese più sicuro d’Europa per le donne, dopo la Grecia. Vediamo i dati. Sempre con le percentuali di omicidi di donne ogni 100.000 mila abitanti: Italia 0,5 %; Svezia 0,6 %; Regno Unito 0,8 %; Germania 0,8 % e infine Francia, per prendere solo i Paesi più rappresentativi, 0,9 %. Questi dati indicano in maniera inequivocabile che l’Italia è all’avanguardia in Europa ed è attrezzata benissimo contro la violenza sulle donne e che le leggi, che spesso non vengono applicate, sono più che sufficienti per limitare il fenomeno. Eliminarlo è impossibile, come qualsiasi tipo di violenza. Per visualizzare i dati da me riproposti potete selezionare il riquadro Homicides by sex sul sito dell’ONU:
http://www.unodc.org/unodc/en/data-and-analysis/homicide.html
Il sito Bollettino di Guerra indica la cifra di 124 donne uccise nel 2012, ma in realtà la cifra non corrisponde al vero perché nel conto delle 124 vittime vengono calcolati gli omicidi collaterali,cioè: se un uomo stermina la sua intera famiglia in cui vi sono presenti oltre alla moglie anche, per esempio, due figli maschi e il suocero, anche quest’ultimi vengono considerati femminicidi. Un conteggio reale, tolte le vittime maschili, conta l’omicidio di 75 donne, mentre il Corriere della Sera ne conta solo 67:
http://bollettino-di-guerra.noblogs.org/
Anche Wikipedia:
http://it.wikipedia.org/wiki/Femminicidio
Last but not least, gli omicidi per stalking dall’inizio del 2013 sono 50: 35 procurati da uomini e 10 da donne (questo delle donne è un vero record). Tra il 2002 e il 2009 l’omicidio di uomini procurato da donne è aumentato dal 5 % al 9 %, quasi il doppio in appena sette anni. Gli omicidi femminili sono passati dal 16 % al 22 %, un incremento certamente più modesto anche se inquietante.
http://www.stalking.it/?p=3598
Finalmente concludo. Non ho scritto questo articolo contro le donne, ma per evitare che si faccia scempio di un termine completamente abusato e avulso dalla realtà italiana: femminicidio. Il termine è diventato popolare per indicare le uccisioni di ragazze e donne nella città messicana, in mano ai narcos, di Ciudad Juarez, in cui sono state uccise migliaia di donne in pochissimi anni. Sarebbe utile leggersi il libro di Sergio Gonzales Rodriguez Ossa nel deserto (editore Adelphi, 2002): descrizione agghiacciante e spaventosa della violenza esplosa nello Stato di Chihuahua, di cui Ciudad Juarez ne è la capitale, all’inizio degli anni ’90 (e che dura fino ad oggi). Le vittime più indifese sono sicuramente le donne, uccise e a volte violentate da bande di scellerati in odore di onnipotenza. Ma questa è un’altra storia.
Sento parlare di leggi speciali per la protezione delle donne, come se si volesse porre la donna al di sopra degli uomini di fronte alla legge. Questo, se mai avvenisse, sarebbe un passo gravissimo e immorale. Le leggi per proteggere la donna ci sono già, ma bisogna farle applicare. Io vorrei ricordare a tutti cosa recita la nostra Costituzione, che spesso si ignora quando fa comodo, all’articolo numero tre:
Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

mercoledì 15 maggio 2013

Femminicidio e misandria

FOnte:  http://www.libertiamo.it/2013/05/14/ma-sul-femminicidio-si-sta-costruendo-una-campagna-misandrica/


- Ad ogni crimine violento compiuto da un immigrato c’è sempre chi prova a giocare la carta etnica, la carta della paura e della colpevolizzazione del diverso. È successo anche in questi giorni, dopo lo stupro a Vicenza di una ragazza ad opera di un ghanese e dopo la follia omicidia di un altro ghanese a Milano.
La politica mainstream e soprattutto quella progressista e di sinistra prendono sistematicamente le distanze da tali posizioni e chiedono che i delitti si puniscano in quanto tali, ma si evitino campagne allarmistiche e generalizzazioni razziste. Peccato, che negli stessi giorni in cui, da sinistra, si chiede – giustamente – di approcciare le problematiche della sicurezza in un’ottica rigorosamente “race blind”, al tempo stesso si lanci una campagna sul “femminicidio”, che “blind” non lo è per niente, ma che anzi è fortemente sessuata e generalizzante.
Si sostiene che la violenza non ha razza ed al tempo stesso si afferma che la violenza ha un sesso. Così se è sbagliato sottolineare che è un immigrato ad avere ucciso un italiano, è cosa buona e giusta rimarcare che è un uomo che ha ucciso una donna. Nell’overdose mediatica di questi giorni sul “femminicidio”, sono davvero pochi i giornalisti che hanno osato mettere in discussione la vulgata e le sue basi filosofiche e morali. Tra questi Vittorio Feltri sul Giornale e Marcello Adriano Mazzola e Fabrizio Tonello sui blog del Fatto Quotidiano. Onore al merito.
Ma c’è davvero questa “emergenza femminicidio” in Italia? Andiamo con ordine e cominciamo ad esaminare qualche dato. Per prima cosa, partiamo dalle statistiche delle Nazioni Unite e notiamo che l’Italia è uno dei paesi più sicuri al mondo per le donne. Lo è in termini assoluti, dato che tra le donne si registrano 0,5 vittime all’anno ogni 100.000 abitanti; e lo è in termini relativi rispetto agli uomini, dato che solo il 23,9% delle vittime di omicidio è di sesso femminile. Per fare un raffronto, le donne rappresentano il 49,6% delle vittime in Germania, il 49,1% delle vittime in Svizzera, il 34,3% in Francia ed il 33,9% nel Regno Unito.
È interessante notare come in generale sia infondata la correlazione tra uccisione di donne e cultura patriarcale. Anzi in paesi normalmente considerati più femministi, la percentuale di vittime di sesso femminile è alta (41,4% in Norvegia); al contrario è più contenuta in paesi più tradizionalisti (il 18,1% in Irlanda ed appena il 5% in Grecia). La sensazione – stando ai dati ONU – è che le donne siano relativamente più al sicuro in paesi dove vige una divisione dei ruoli tradizionale, mentre il rischio per le donne aumenti, tendendo a livelli “maschili”, nella misura in cui la loro esposizione sociale cresce, avvicinandosi a quella degli uomini.
I “teorici” del “femminicidio”, tuttavia, non prendono in considerazione il “rischio” per le donne in termini complessivi, ma si concentrano su un ambito specifico – quello dei moventi relazionali/passionali. In questo ambito è vero che in Italia, come in altri paesi, si registra una prevalenza numerica abbastanza significativa di vittime femminili. Tuttavia, non esiste alcuna evidenza che il fenomeno del delitto passionale sia in crescita; anzi secondo i dati è persino un fenomeno tendenzialmente in diminuzione.
Peraltro la violenza con motivazioni passionali non è necessariamente compiuta da un uomo su una donna. Si registrano ogni anno vari casi di uomini uccisi dalla moglie o dalla compagna. Negli ultimi mesi è capitato anche di uomini sfregiati con l’acido (qui e qui) da donne gelose o respinte. Cosa c’è di “diverso” o di “meno grave” in questi episodi, rispetto agli scenari in cui è la donna ad essere vittima? Se la risposta è “niente”, allora vuol dire che siamo d’accordo sul perché sono radicalmente sbagliate campagne politiche che creino, per lo stesso reato, vittime di serie A e vittime di serie B.
Le campagne contro il femminicidio, peraltro, partono da un presupposto di eteronormatività, quando invece comportamenti violenti si possono riscontrare anche in coppie gay e lesbiche. E allora, se una donna è uccisa da un’altra in una relazione omosessuale, ciò si qualifica come un “femminicidio”? Oppure l’uccisione di una persona di sesso femminile è meno grave se anche la mano che uccide è quella di una donna?
Stando ad analisi criminologiche, limitandosi a considerare i soli delitti motivati da ragioni relazionali-passionali – ed espungendo quindi uccisioni riferibili ad altre cause (ragioni economico-patrimoniali, eutanasia, etc.) – nel 2012 le donne morte per mano di un uomo sarebbero 53 in più degli uomini morti per mano di una donna. Ognuno di questi casi, indipendentemente dal sesso della vittima, ci impone rispetto e riflessione; eppure si tratta di numeri che non suggeriscono affatto le dimensioni di un’emergenza sociale.
Certo, laddove sussista una precisa volontà, non è difficile utilizzare sapientemente qualsiasi numero per costruire la percezione dell’emergenza e peggio ancora per consegnare all’opinione pubblica un nemico. Tuttavia, una politica civile e responsabile avrebbe il dovere di ricondurre i fenomeni criminali alle loro effettive proporzioni, senza assecondare o tanto meno incoraggiare isterie securitarie o colpevolizzazioni collettive. Ce lo immaginiamo, del resto, se tutti i giorni il TG1 dedicasse cinque minuti della sua programmazione ad una campagna contro “l’italianicidio”, presentando ogni sera un nuovo caso di cittadino italiano ucciso da un immigrato? Sarebbe contenta forse la Lega, ma cosa ne penserebbero invece le tante anime belle che sono in prima linea per denunciare l’emergenza “femminicidio”?
Se davvero si vuole combattere la violenza, si deve essere solidali con tutte le vittime, uomini e donne, e comprendere che la violenza non è un problema di genere, ma è un problema umano. Se si dà un’aggettivazione di genere alla violenza è perché quello che maggiormente interessa è spendere certi fatti in chiave politica per perseguire obiettivi diversi. Questi obiettivi sono fondamentalmente di due tipi.
Il primo è quello di alimentare l’infrastruttura istituzionale delle “pari opportunità”: non un femminismo spontaneo e di base, ma un femminismo invecchiato e burocratizzato che resiste nel “mercato delle idee” solo grazie ad una distribuzione continua di fondi pubblici. Alla fine tutto il “tam tam” di questi giorni si ricondurrà prosaicamente ad una sola cifra: gli 85 milioni di euro chiesti dal ddl 3390.
Il secondo – ancora più pericoloso – è quello di creare un clima culturale che rafforzi il pregiudizio contro gli uomini nelle cause di separazione e di affidamento figli, dando automaticamente più peso a qualsiasi denuncia venga dalle donne, anche quanto questa non sia sufficientemente circostanziata. Si tratta di un rischio più che concreto che potrebbe vanificare gli sforzi che in questi anni sono stati compiuti per cercare di addivenire a dei procedimenti più equi.
La campagna sul “femminicidio” è, in definitiva, una campagna sessista, che rinfocola gli stereotipi di genere – anziché combatterli – quelli dell’uomo violento e prevaricatore e della donna innocente e naturaliter buona. È dunque una campagna moralmente sbagliata e culturalmente pericolosa, che deve essere pertanto confutata se ci stanno a cuore i princìpi della neutralità della legge, del garantismo e di una vera uguaglianza di genere.

domenica 12 maggio 2013

Femminicidio, i numeri sono tutti sbagliati



Categoria: PATACCHE dell'INFORMAZIONE
Femminicidio, i numeri sono tutti sbagliati - Fabrizio Tonello - Il Fatto Quotidiano

Siamo diventati il Paese dove il maschio ha licenza di uccidere” titolano i giornali portando dati sul presunto aumento esponenziale della violenza contro le donne (leggi il blog di Nadia Somma). Ma i numeri sono tutti sbagliati. Per esempio, su Repubblica di domenica 5 maggio c’era una tabella da cui appariva che nel 2005 gli omicidi fossero stati appena 84, contro i 124 del 2012, con un aumento di quasi il 50% (fonte: fondazione David Hume). Un aumento degli omicidi del 50% in 7 anni giustificherebbe il panico, ma non è così. Non uno, ripeto non uno, dei dati citati in questi giorni da giornali e televisione viene da una fonte attendibile come l’Istat o il ministero dell’Interno: per esempio, nella tabella citata si enfatizza il dato di 25 donne uccise nel quadrimestre gennaio-aprile senza rendersi conto che questo corrisponderebbe a una media annuale di appena 75 omicidi, cioè il 40% in meno dell’anno scorso.
Si mescolano disinvoltamente aggressioni e omicidi, stupri e molestie, molestie psicologiche e sfregi con l’acido. Si citano calcoli di dubbia scientificità sulla probabilità che ha una donna di essere stuprata, nell’arco di una vita, cioè fra i 13 e gli 83 anni: un periodo di sette decenni (come se potessimo confrontare l’Italia di oggi a quella del 1943, o a quella del 2083 per intenderci).
I migliori dati disponibili sono ovviamente quelli dell’Istat, che ha i mezzi e la cultura per dare un senso alle cifre e la serie che l’istituto fornisce è inequivocabile: la violenza che sfocia in omicidio da vent’anni è in calo. Nel 1992 c’erano stati in Italia 1.275 omicidi, nel 2010 (ultimo anno disponibile) appena 466, cioè poco più di un terzo. La diminuzione riguarda principalmente gli uomini ma anche le donne: se c’erano state 186 vittime nel 1992, nel 2010 ce ne sono state 131, con un calo del 29,57%.
Ora, potrebbe essere che all’interno di una diminuzione generale degli omicidi, la particolare categoria delle donne uccise da un partner, o da un ex partner, sia in aumento. Questo è possibile ma non abbiamo dati per affermarlo perché occorrerebbe chiarire il rapporto assassino-vittima per tutti i casi censiti. A mia conoscenza questo lavoro non viene fatto dalle fonti ufficiali e l’unica ricerca accademica che ha utilizzato questo approccio è stata fatta da Elisa Giomi dell’Università di Siena e da me, studiando a fondo i dati del 2006. La ricerca è stata accettata da una rivista internazionale di sociologia e comparirà tra qualche settimana. Quello che possiamo anticipare qui è che, nel 2006, furono risolti i casi di 162 omicidi di donne e che, tra questi, 100 erano casi in cui il colpevole era un marito, un fidanzato o un ex.
Nell’ipotesi che il tasso di omicidi da parte di uomini con cui le vittime avevano una relazione sia rimasto costante al 62%, com’era nel 2006, le vittime del 2010 sarebbero state 81. Poiché si parla, nei giornali, di 25 vittime nei primi quattro mesi dell’anno, nel 2013 le donne assassinate da uomini che avevano rifiutato potrebbero diventare 75: siamo di fronte a un fenomeno grosso modo stabile, non a un’emergenza mai vista prima.
Anche un solo cadavere è di troppo, anche una sola vittima è “insopportabile” ma, in un Paese di 60 milioni di abitanti, ci saranno sempre i mafiosi, i violenti, i folli. E’ fondamentale che la violenza venga punita ma creare il panico non serve a nessuno, men che meno alle donne, che a guardare i titoli dei giornali dovrebbero aspettarsi più aggressioni che carezze dai loro partner. Ogni separazione potrebbe essere il preludio a un attacco con l’acido o a un omicidio: non è così. Lo ripeto: gli omicidi di donne sono un fenomeno stabile, tendenzialmente in calo qualsiasi sia l’anno preso come riferimento: oscillano fra i 160 (1998) e i 131 (2010). Non c’è bisogno di inventare cifre balzane e di firmare appelli alla creazione di “task force” ministeriali per sapere che i colpevoli vanno arrestati, perseguiti, condannati severamente. Le leggi ci sono.
Infine, una nota sul linguaggio. Spesso si usa il termine “femminicidio” per chiamare le aggressioni contro le le donne anche quando, fortunatamente, non hanno conseguenze mortali: per esempio uno sfregio con l’acido. Ora, un omicidio è un omicidio, e “lesioni gravissime” sono lesioni gravissime. Dalla tomba non si esce, dall’ospedale sì. Per di più, il “femminicidio” sarebbe un’espressione impropria anche in caso di morte: a imitazione di “genocidio” si crea una nuova parola che crea una nuova realtà: le donne uccise “in quanto donne”, come gli ebrei, sterminati “in quanto ebrei”.
Ma il paragone non regge: gli ebrei Samuel, Israel, Ruth o Esther venivano mandati dai nazisti nelle camere a gas per il solo fatto di essere di religione ebraica, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione. Le donne uccise da ex partner non vengono uccise “in quanto esseri umani di sesso femminile” bensì esattamente per la ragione opposta: per essere quella donna che ha rifiutato quell’uomo. Michela Fioretti è stata uccisa dall’ex marito Guglielmo Berettini, che non accettava di essere stato lasciato. Berettini non ha sparato sei colpi di pistola contro la prima donna che ha visto per strada: ha ucciso Michela perché era Michela che l’aveva lasciato. Non c’è bisogno di creare una nuova categoria di reati, di inventarsi nuove pene: per l’omicidio c’è già l’ergastolo. Chiamiamo le cose con il loro nome, puniamo i violenti ma guardiamo in faccia la realtà e non creiamo il panico quando non ce n’è bisogno.
Occorre stare in guardia contro la facile presa di una “bolla informativa” che impaurisce l’opinione pubblica. Agli amici e alle amiche ben intenzionate che si mobilitano su questo tema vorrei dire che la paura è un potente strumento di governo e raramente l’ingigantirla ha portato benefici di sorta ai cittadini. Nel 2006-2007 sembrava che dietro ogni omicidio di una donna ci fosse un extracomunitario, nel 2013 sembra che il colpevole debba essere un marito o un ex: prima di creare task force ministeriali o addirittura nuove leggi guardiamo ai numeri veri del fenomeno

venerdì 8 marzo 2013

la patacca del femminicidio



















ISTAT de l'Unità d'Italia (http://lipari.istat.it/digibib/causedimorte/IST3350Mortiviolente1870.pdf)


 




fate pace con l'intelligenza.


 
FONTE ISTAT http://noi-italia.istat.it/index.php?id=7&user_100ind_pi1[id_pagina]=49&cHash=a8e4ad8661dc8d0455aba7970b8a8875



E non leggete solo "Repubblica"

http://www.tempi.it/gli-omicidi-contro-le-donne-sono-uno-scandalo-ma-i-numeri-del-femminicidio-sono-gonfiati#.UTmaeqxWNSk

http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-brevi/il-femminicidio-e-la-profezia-che-si-autodetermina/

http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2596