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venerdì 9 maggio 2014

Quando il femminicidio inventa mostri....

Di Riccardo Ghezzi, il


fonte: http://www.qelsi.it/2014/quando-gli-errori-giudiziari-inventano-mostri/

In tempi di “femminicidio” è facile sbattere il mostro in prima pagina. Ancora prima di essere giudicato da un tribunale, Luigi Corrias fu definito dalla stampa come un ingegnere che “per anni ha fatto subire alla madre ogni tipo di angherie”. Un mostro che “le ha impedito pure di mangiare”, l’ha “schiavizzata” e addirittura le ha “fratturato una mandibola” durante una lite. Ma non era vero. In realtà avrebbe dovuto essere chiaro fin dall’inizio come non ci fossero prove delle accuse a carico dell’uomo, la cui vita e reputazione è stata rovinata. Luigi Corrias, difeso dall’avvocato Giuseppe Caccamo del Foro di Genova, ha patito un lungo periodo di detenzione nell’inferno del Carcere di Marassi finché il 20 gennaio 2014 il Tribunale di Genova, presieduto dal Dott. Marco Panicucci, ha assolto l’imputato perché “I fatti non sussistono”.
In sintesi questi i fatti emersi dal processo.
Luigi Corrias vive da sempre ed assiste la madre, malata di tumore, che rifiutava le terapie tra infinite difficoltà.
La madre è una donna anziana che ha sempre trascurato gravemente la propria salute. Il male le fu scoperto dopo un drammatico ricovero per una pancreatite che rifiutava di curare e che la stava uccidendo. All’inizio l’unica cura prescrittale fu il biglietto da visita dell’associazione per le Cure Palliative Gigi Ghirotti, escludendo qualsiasi terapia pure prevista dai protocolli terapeutici. Luigi Corrias ha lottato per la salute di sua madre mettendo a punto, con il consulto di oncologi qualificatissimi, uno schema terapeutico efficace.
Non solo, questa tragedia avveniva in quella che gli inquirenti hanno definito una famiglia “conflittuale”: congiunti che lo avevano ammonito, sostenendo che fosse il figlio responsabile e che non dovesse fare richiesta di cure strampalate. Consapevole di trattare una situazione esplosiva, Luigi Corrias ha intrapreso la sua lotta su due fronti: mettere a punto le cure più efficaci ed approdare ad un Giudice Tutelare che avrebbe dovuto affidare la madre ad una figura di tutore, in maniera tale che fosse garantita da buone leggi, protetta da se stessa e dai conflitti famigliari.
L’udienza si concluse disastrosamente. Senza la tutela di un buon avvocato famigliarista, male assistiti dai servizi sociali, sono stati “lavati i panni sporchi in piazza”. Il Giudice Tutelare non ha saputo interpretare la situazione ed ha respinto l’istanza lasciando scoperta una situazione esplosiva. Pochi giorni dopo l’udienza, la mamma rifiutava la visita oncologica di controllo e per convincerla a farsi visitare è stato necessario chiedere l’intervento di sacerdoti, amici di famiglia, il medico.

 I congiunti hanno poi praticamente sequestrato la madre, impedendo ogni contatto e portandola per ritorsione a denunciare Corrias.
La denuncia è andata avanti ed il PM Walter Cotugno ha chiesto l’arresto circa un anno dopo. La madre era rimasta senza cure durante la permanenza dei parenti, il male era riesploso ed il Corrias si è dovuto raccomandare ai Carabinieri che lo arrestavano, affinché qualcuno la seguisse per la chemioterapia che doveva effettuare nei giorni successivi. Luigi Corrias è stato indagato, mentre si trovava nel Carcere di Marassi, dalla Dott.ssa Adriana Petri, il gip, la prima persona che cercando le ragioni della colpevolezza ha trovato le prove della sua innocenza.

Gli indizi gravi che hanno giustificato l’arresto erano privi di qualsiasi fondamento:Gli inquirenti non hanno letto le carte e hanno confuso il mio nome con quello di un parente, paziente psichiatrico pluripregiudicato, oltre ad aver dato retta alle calunniose dichiarazioni dei congiunti ed alle dichiarazioni incoerenti della mamma” sostiene Corrias. Nessuno durante le indagini si è mai neppure reso conto che è impossibile procurare lesioni ad una malata di cancro che viene sottoposta a continui esami medici senza lasciare tracce. Durante il processo l’anziana madre ha rilasciato numerose dichiarazioni contraddette dai fatti ed ha addirittura lamentato lesioni che la certificazioni mediche hanno dimostrato inesistenti. Una perizia ha certificato che Luigi Corrias è sano di mente, privo di significativi disturbi della personalità, capace di intendere e volere e quindi imputabile. Lo psichiatra che lo ha visitato, il dott. Gian Luigi Rocco, è il medesimo specialista che ha visitato Donato Bilancia, Stefano Diamante, Katerina Mathas. Dopo la scarcerazione, una istanza restrittiva impediva al Corrias di riavvicinarsi a casa e contattare la mamma.

 Una volta assolto, Luigi Corrias avrebbe finalmente potuto tornare a casa, riprendersi professionalmente e rivedere la madre. Ha trovato però la proverbiale porta di legno: da gennaio la madre è praticamente scomparsa e sono stati disdettati in pochissimi giorni affitto, utenze gas, luce ecc.
Luigi Corrias vive dei risparmi di una vita fatti di lavori a tempo determinato. Non vi è lavoro a Genova ed addirittura i suoi computer, strumenti del suo lavoro con inestimabili ricordi che erano stati sequestrati, gli sono stati restituiti sfasciati.
Sto cercando disperatamente mia madre che è sempre più confusa e malata. Temo sempre possa succedere qualcosa a causa della malattia. L’angoscia che nel carcere diventa residenza, luogo che ti circonda e ti costringe sempre, adesso da libero ed assolto me la porto dentro continuamente. Passo dei momenti terribili. Vorrei che la gente sapesse cosa succede nell’Inferno di Marassi. Vorrei che i miei parenti lo ripetessero ora che sono il figlio responsabile” commenta oggi Corrias.

martedì 4 marzo 2014

Violenza femminile: la parola ai fatti

Fonte: http://it.avoiceformen.com/suggerito/violenza-femminile-lasciamo-parlare-i-fatti/


Violenza Femminile: lasciamo parlare i fatti.

uccide il marito, violenza femminile
In un clima di odio misandrico, alimentato quotidianamente dalla propaganda femminista, A Voice For Men vuole accendere i riflettori sulla violenza femminile.
Nonostante essa sia continuamente sminuita e taciuta, ogni giorno, in tutto il mondo, tantissime donne continuano ad esercitarla con una gavità tale da meritare una seria e attenta riflessione.
Questa volta però, dopo aver affrontato l’argomento in un precedente post, vogliamo far parlare direttamente le notizie, i fatti di cronaca che hanno ad oggetto proprio la brutalità e la crudeltà della cd. violenza rosa. Saranno i lettori e le lettrici a trarre le dovute conclusioni. Saranno loro a chiedersi se davvero la Convenzione di Istanbul sulla violenza di genere meriti rispetto o debba essere considerata per quello che realmente è: l’ennesimo vergognoso complotto delle lobbies femministe all’integrità dei diritti maschili.
Ecco solo alcune delle notizie che riguardano la violenza perpetrata da donne nei confronti di uomini.
Abbiamo volutamente escluso quelle che riguardano i bambini o gli anziani, ma la conta sarebbe infinita.
Le televisioni e i talk show non hanno gridato allo scandalo, né all’emergenza sociale. Le femministe di tutto il mondo non hanno chiesto leggi speciali da soviet russo per contenere e reprimere il fenomeno. Nemmeno gli psicologi hanno parlato di rieducazione e recupero per le violente. Non ci sono state conferenze, flash mob internazionali, né si sono chiesti fondi per i centri antiviolenza. Non si è parlato di maschicidio.
Eppure la gravità e la barbarie di questi fatti di cronaca parlano da sole. Essi sono passati in sordina, addirittura nascosti dai grandi quotidiani, ma noi vogliamo riportarli alla luce.
Basta cliccare sul titolo della notizia per leggere l’articolo completo.
1. Uccide il marito con un colpo di pistola alla nuca.
2. Uccide il marito, lo taglia a pezzi e lo cucina.
3. Veleno in vagina per uccidere il marito litigioso.
4. Moglie uccide il marito e simula la rapina.
5. Le regalano un coltello e lei ci uccide il marito.
6. Uccide il marito e la figlia, poi confessa: sono stata io.
7. Inghilterra, lotta per il telecomando: donna uccide il marito.
8. Moglie uccide il marito perché puzzava troppo.
9. Uccide il marito ustionandolo con l’acqua bollente.
10.Uccide il marito dopo l’operazione al seno.
11. Uccide il marito a martellate poi brucia il cadavere.
12. Uccide il marito, assolta.
13. Uccide il marito e poi lo chiude in un sacco a pelo.
14. Uccide a morsi il marito perché la rifiuta.
15. Ginecologa uccide il marito, poi si suicida in ospedale.
16. Uccide il marito ubriaco, con perforazione rettale, dopo averlo seviziato.
17. Spara al compagno: “Venitemi a prendere”!
18. Moglie ubriaca picchia il marito.
19. Percosse al marito: “Mi picchia da tempo”.
20. Moglie violenta allontanata da casa.
Vogliamo ricordare ancora una volta, in conclusione, che per la Convenzione di Istanbul sulla violenza di genere, fatta approvare dal Presidente della Camera Laura Boldrini lo scorso Agosto, la violenza femminile non esiste. Sembra sia arrivato il momento che gli uomini italiani, e non solo, prendano coscienza dell’attaco continuo che viene perpetrato quotidianamente a loro danno, e comincino a far sentire la propria voce.
O forse le loro vite e la loro incolumità valgono meno?

martedì 3 settembre 2013

Il nuovo nemico del popolo è il padre di famiglia


 FEMMINICIDIO, INVENZIONE DI REGIME: GLI UOMINI UCCISI SONO IL QUADRUPLO
Ormai il nemico del popolo additato da tv e giornali è il padre di famiglia
di Roberto Marchesini
In Polonia c'è un piccolo paese sconosciuto al mondo, ma che i polacchi conoscono molto bene. Si chiama Manieczki, e tutti i polacchi, almeno quelli sopra una certa età, lo conoscono bene per averlo visto in televisione migliaia di volte durante il regime comunista. Ogni volta che la televisione di stato parlava degli splendidi successi ottenuti dal piano agricolo quinquennale, ogni volta che cantava le lodi del sistema dei kołchoz (cooperative agricole collettivistiche), le immagini trasmesse erano quelle di Manieczki.
Sarebbe bastato girare le riprese in uno qualsiasi dei tantissimi kołchoz polacchi per vedere una realtà diversa: miseria, degrado, fame. Ma la televisione proponeva solo e soltanto le immagini di Manieczki, delle sue meravigliose feste del raccolto, danze, canti, abbondanza. I contadini di Manieczki erano più bravi degli altri? No. Era semplicemente una messinscena ideologica per nascondere la triste realtà del tragico fallimento del comunismo.
Ogni regime si inventa una realtà, le sue lotte, i suoi successi. È la lezione del romanzo orwelliano 1984 nel quale i cittadini si radunavano "spontaneamente" davanti a enormi schermi sui quali passavano le immagini dei successi militari ottenuti dalla patria; dopo di che cominciavano i "due minuti d'odio", durante i quali i cittadini – sempre in modo spontaneo – mostravano tutto il loro odio contro il nemico pubblico numero uno, Emmanuel Goldstein. Anche in questo caso: trionfi fasulli e nemici fasulli per nascondere la triste realtà di un intero continente trasformato in lager.

Questo è quanto mi è venuto in mente quando, dopo una rapida scorsa ai quotidiani on line, ho seguito la conferenza stampa del consiglio dei ministri che presentavano il Decreto Legge "contro il femminicidio", l'emergenza che da qualche anno sta affliggendo l'Italia. Come è cominciato l'allarme "femminicidio"?
Nel marzo del 2012 ha fatto molto scalpore un dato rivelato da Ritanna Armeni, secondo la quale la violenza sulle donne "è la prima causa di morte in tutta Europa per le donne tra i 16 e i 44 anni". Un paio di mesi dopo Barbara Spinelli, sul Corriere della Sera, aveva fatto una rivelazione simile: "La prima causa di uccisione [morte] nel mondo delle donne tra i 16 e i 44 anni è l'omicidio (da parte di persone conosciute)". Nel giugno dello stesso anno è intervenuta sul tema Rashida Manjoo, special rapporteur dell'ONU sulla violenza contro le donne, secondo la quale "[...] in Italia la violenza domestica è la prima causa di morte per le donne fra i 16 e i 44 anni di età".
Peccato che tutte queste dichiarazioni (ovviamente riprese con grande enfasi da tutti i media) siano false. È falsa la dichiarazione riguardante l'Europa (pp.168ss.); è falsa la dichiarazione sulla popolazione femminile mondiale; è falsa la dichiarazione sull'Italia.
Il Rapporto Criminalità Italia del Ministero dell'Interno recita a pagina 125: "È condivisa l'idea che determinate condizioni di "debolezza", dovute al sesso femminile o all'età avanzata, aumentino la vulnerabilità e quindi la probabilità di essere vittima di un reato violento come l'omicidio. Al contrario, dai dati emerge che più frequentemente le vittime di omicidio sono maschi, fino ad un massimo di 8 soggetti su 10 tra il 1992 e il 1997"; e a pagina 128: "Le donne commettono omicidio soprattutto verso maschi e la quota percentuale rimane abbastanza costante per tutto il periodo considerato. Non bisogna, tuttavia, dimenticare che gli omicidi da parte di autore di sesso femminile sono una minima parte di quelli commessi e solitamente avvengono nei confronti del proprio partner, in ambienti quindi familiari".
Dunque al massimo si profila un "maschicidio", sia da parte di altri maschi, che da parte di femmine (soprattutto in ambienti familiari). Esattamente il contrario rispetto alla tesi del "femminicidio". Ma al di là di tutto questo: l'omicidio (al di là del sesso della vittima) non è già punito, e con severità, in Italia? Che bisogno c'è di parlare di "femminicidio" o "maschicidio"?
Secondo il ministro dell'interno Angelino Alfano: "Le norme hanno tre obiettivi: prevenire violenza di genere, punirla in modo certo e proteggere le vittime". Il linguaggio è significativo, e rimanda ad un mondo ideologico, non necessariamente corrispondente con il mondo reale.
Ricordiamoci del kołchoz di Manieczki: questa è una grande vittoria del governo contro un nemico di paglia, il "femminicida"; al quale sono stati rivolti i "due minuti d'odio" al pari dell'evasore e dell'omofobo.
Il solito "nemico del popolo" da stanare ed eliminare. Il cui identikit (maschio, eterosessuale, marito e padre) si delinea con una chiarezza sempre maggiore: il padre di famiglia.
RISPOSTA ALLE CRITICHE SUL MIO ARTICOLO
Il mio articolo intitolato "Femminicidio, invenzione di regime" ha suscitato diverse reazioni; alcune positive, altre negative. Cercherò di rispondere alle seconde.
C'è chi ha ironicamente commentato: "E chi glielo dice adesso che, mentre lui pubblicava, altri parlavano di 99 donne uccise dall'inizio dell'anno? E che a darne la notizia non era un quotidiano di regime bolscevico, ma niente meno che «L'Avvenire»? Si tratta del vecchio trucco detto "dell'uomo di paglia": si crea una caricatura dell'avversario facendogli dire cose che in realtà non ha mai detto, in modo da segnare un punto facile che con l'avversario vero non si sarebbe riusciti a segnare. Io non ho mai scritto che in Italia non viene uccisa nessuna donna; né ho mai negato che in Italia, ogni anno, vengano uccise molte donne. Ho negato l'emergenza femminicidio. Fino al 31 luglio 2013 sono state uccise 99 donne: malissimo! È una tragedia. E quanti uomini sono stati uccisi nello stesso periodo? Avvenire non lo dice, né altri media riportano la cifra. Perché? Perché ci si prende la briga di contare le donne uccise mentre gli uomini uccisi non li conta nessuno? Sappiamo che il rapporto tra gli uomini e le donne uccisi in un anno è circa 4/1: perché 99 donne uccise fanno notizia e 400 uomini uccisi no? Perché le 99 donne uccise vengono contate e i 400 uomini uccisi no? Valgono forse meno?

C'è stato chi ha obiettato che l'emergenza femminicidio c'è, perché la percentuale di donne uccise sale di anno in anno. Invece l'emergenza femminicidio non c'è, perché il numero di donne uccise scende di anno in anno. Erano 192 nel 2003; 172 nel 2009; 156 nel 2010; 137 nel 2011, 124 nel 2012. E come mai, se il numero assoluto di donne uccise diminuisce di anno in anno, la percentuale sale? Perché il numero assoluto di omicidi compiuti nel nostro paese scende di anno in anno, ma scende più velocemente per gli uomini che per le donne (anche a causa della maggior diffusione degli omicidi con vittime maschili).
Infine c'è chi ha commentato: "I numeri dei delitti passionali parlano chiaro: il 60% delle vittime sono donne". È vero, ma riflettiamo. Più dell'80% degli omicidi ha come autore un uomo. In ambito familiare o affettivo abbiamo un uomo ed una donna, quindi in tale ambito dovremmo avere una percentuale di vittime femminili dell'80%. Invece la percentuale è più bassa. Come dice il Rapporto sulla Criminalità in Italia del Ministero dell'Interno, mentre gli uomini uccidono più uomini, e più fuori casa, le donne uccidono più uomini e più in casa. Ossia: sicuramente gli uomini hanno una tendenza omicida più marcata (come la spiegano, gli ideologi di genere?), ma sono più pericolosi fuori casa che in casa; mentre le donne sono più pericolose in casa che fuori. Esattamente il contrario di quanto afferma la vulgata del femminicidio.
Concludo constatando che, nell'anno del trionfo dell'ideologia di genere, vorrei che fossero rispettate le quote rosa anche per quanto riguarda la criminalità in Italia, cioè che il numero di uomini uccisi ogni anno nel nostro paese possa scendere fino a raggiungere il livello delle donne uccise. E mi piacerebbe molto vedere i fautori della parità indignarsi per il silenzio con il quale vengono dimenticate molte vittime di crimini violenti soltanto a causa del loro sesso (maschile).
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 09/08/2013 (e 12/08/2013) (link)

http://bit.ly/IJ3GSB

giovedì 1 agosto 2013

La simulazione di stalking nelle vicende di separazione

La simulazione di stalking nelle vicende di separazione 




La simulazione di stalking nelle vicende di separazione - di Maria Bernabeo
Maria Bernabeo







Con la nascita di normative specifiche sul fenomeno stalking si inizia a registrare una preoccupante casistica di false accuse rispetto a tale reato, agite con finalità strumentali e inserite all’interno delle “guerre” che sovente si sviluppano attorno alle separazioni conflittuali, ma a volte anche nell’ambito di controversie lavorative.
L’ambito della conflittualità di coppia sembra essere comunque quello maggiormente a rischio per eventuali situazioni di falso stalking. I ricercatori del resto hanno ampiamente descritto una serie di alterazioni della relazione e di disturbi psicopatologici che insorgono nelle famiglie al momento della separazione e che proseguono anche dopo il divorzio.
La separazione si configura come un evento stressante che trasfigura lo stile relazionale delle persone coinvolte e che può arrivare a mettere in evidenza aspetti psicopatologici in soggetti ritenuti in precedenza normali, che erano tenuti in fase di compenso dalla relazione coniugale e dal rapporto genitore-figlio.
Nell'ultimo decennio il disagio in separazione è stato ampiamente descritto dalla letteratura scientifica che ha mostrato come a volte tale disagio possa giungere fino a una vera e propria sintomatologia psicopatologica, espressa attraverso la PAS, il MOBBING e attualmente lo STALKING.
Il rapporto Istat 2007 sullo stalking fornisce un quadro abbastanza significativo, anche in Italia vi sarebbero 2 milioni 77 mila donne che hanno subito comportamenti persecutori di stalking dai partner al momento della separazione. Sul coinvolgimento degli uomini in tale contesto in qualità di vittima i dati appaiono meno verosimili a causa della riluttanza maschile a sporgere denuncia.
Ma come si può giungere all’utilzzo strumentale della normativa sullo stalking? Non di rado accade che il genitore affidatario, ma “non collocatario”, non riuscendo a frequentare i figli a causa dell’ostruzionismo dell’altro, cominci ad effettuare numerosi tentativi di contatto telefonico e fisico, magari passando più volte sotto l’abitazione della prole, nella speranza di poterla incontrare e “rubare” un saluto, un abbraccio. Questo comportamento può essere agevolmente fatto passare “ad arte” per stalking.
Secondo i dati ufficiali, relativi alle false denunce, ciò accade molto più spesso di quanto si possa pensare. Nel 2009 sono state 7000 le denunce per stalking in tutta l’Italia, 3500 sono risultate prive di requisiti e archiviate. Le false accuse che vengono prodotte verso l’ex partner sono a volte in qualche modo facilitate dalle associazioni che fanno discriminazione di Genere (tutelano solo donne o solo uomini) nell’offrire i loro servizi.
Le Associazioni spesso non effettuano un’attenta operazione di filtro: suggeriscono sovente agli/alle assistiti/e a denunciare subito, non verificando prima e con attenzione la veridicità dei fatti.
Al contrario dei casi di maltrattamento, dove la richiesta di aiuto spesso è supportata da riscontri medico-legali, la maggior parte dei casi di stalking comprende comportamenti intrusivi “raccontati” dalla vittima che necessitano però di prove concrete, anche per poter poi reggere ad un eventuale giudizio. Anche gli avvocati molte volte non operano i corretti filtri, pertanto l’assenza di questi ha fatto sì che la pratica delle false accuse divenisse un fatto di mal costume.
Per essere sicuri dell’attendibilità dell’accusa si dovrebbero effettuare più controlli incrociati. Se la denuncia è prodotto da un ex si dovrebbe infatti sempre esaminare attentamente la loro storia di coppia per capire se si sta realizzando un processo di vittimizzazione che, al momento della rottura del matrimonio, ha raggiunto il proprio apice nell’accusa di stalking prodotta nei confronti dell’altro coniuge. In tal senso la collaborazione strettissima del Legale con lo Psicologo, appare necessaria per una corretta lettura delle vicende presentate.
Ma quali sono le cause più frequenti che spingono un genitore ad accusare falsamente il partner di stalking?
L’accusa falsa di stalking è uno dei modi più semplici per estromettere per lungo tempo l’altro genitore dalla vita del/dei figli. Si raggiunge un doppio effetto: si tenta di liberarsi del partner come coniuge, ma anche come care giver, facendolo uscire definitivamente dalla propria vita e da quella dei figli. Ma casi di false accuse di stalking si sono registrate anche nel mondo degli affari. Nell’ambiente di lavoro capita che nascano relazioni sentimentali tra colleghi o tra dipendenti e superiori. Le relazioni a volte finiscono ma i rapporti d’affari possono continuare.
La falsa denuncia di stalking e la diffida a cercare incontri sgraditi con un ex partner può quindi celare l’intento di estromettere il soggetto che riceve la diffida a frequentare luoghi connessi al contesto lavorativo così che la finta vittima possa ottenere dei vantaggi. L’accusato, pur percependo la falsità delle accuse può decidere di buon grado di ritirarsi per evitare “fastidi” legali. La falsa accusa di stalking diviene allora uno strumento per combattere in maniera sleale una guerra di business.
Il protocollo di intervento dell’ICAA che già dalla fase di presa in carico del caso prevede una stretta collaborazione tra Legale e professionisti di area psicologica, induce ad una attenta valutazione dei contesti e dei comportamenti riferiti dalla vittima e riduce di fatto la possibilità di strumentalizzazione dell’azione legale.
 
Dr.ssa Maria Bernabeo
Centro Tutela Famiglia

Fonte: http://www.centrotutelafamiglia.com/2013/07/la-simulazione-di-stalking-nelle-cause.html?spref=fb

giovedì 18 aprile 2013

La pasionaria antimolestie cambia idea«Nei processi troppe tutele alle donne»

Femminismo

 

 

 

 

 

 

La pasionaria antimolestie cambia idea
«Nei processi troppe tutele alle donne»



Judith Grossman è procuratore a New York. Femminista da sempre, ha marciato ai cortei e ha bussato di porta in porta per sostenere ogni candidato progressista che si battesse per le donne. Le sue certezze sulle battaglie di genere sono però crollate un mese fa, quando suo figlio, studente dell’ultimo anno in un piccolo college del New England, è stato accusato ingiustamente di abusi sessuali dalla sua ex fidanzata.
Sul Wall Street Journal la mamma racconta la vicenda come un incubo e si domanda se la conquista dei diritti delle donne a tutti i costi non mini istituti preziosi, come la garanzia di un processo equo. Conclude: «L’ortodossia femminista più spinta non è una risposta migliore di quanto non lo siano gli atteggiamenti e le politiche che vittimizzano la vittima».

Cosa è successo? «Mio figlio è stato convocato davanti alla commissione interna di Title IX, garante dell’uguaglianza tra i sessi nelle università, senza alcuna indagine preliminare. Nessuno ha preso in considerazione la possibilità che la ragazza avesse agito spinta dalla gelosia o dal desiderio di vendetta, non è stata contemplata la presunzione di innocenza». Perché l’accusa fosse formulata, era sufficiente un margine di verosimiglianza tra il 50,1 e il 49,9 per cento.
Lo studente ha dovuto affrontare il «tribunale interno» senza un avvocato, rispondendo a dichiarazioni vaghe e non circostanziate, mentre la documentazione scritta da lui presentata è stata liquidata come non rilevante. Finché la mamma non è intervenuta, smontando ogni accusa. Ma non è stato un lieto fine. Judith Grossman ora lancia l’allarme sulla minaccia di altri tipi di ingiustizia, gli stessi, al contrario, per i quali il movimento femminista si è battuto.
Una possibilità lontana dall’Italia, secondo il giudice del Tribunale di Milano Annamaria Gatto. Dice: «Il nostro sistema non è come quello americano. Non si fa niente alle spalle dell’imputato e comunque nel momento in cui viene presentata una querela si procede prima con gli accertamenti. A Milano c’è un’ulteriore garanzia: un dipartimento della Procura della Repubblica specializzato nella materia, e so per certo che nel 50 per cento dei casi le denunce vengono archiviate». L’altro elemento di discontinuità tra i due sistemi riguarda l’università. «Non è ammissibile che si facciano indagini interne su una simile ipotesi di reato. I presidi o il rettore sono dei pubblici ufficiali e in questi casi sono tenuti a informare l’autorità giudiziaria».
Tuttavia un eccesso di giustizialismo talvolta si rischia anche da noi. Lo dichiara Lorenzo Puglisi, fondatore dell’associazione Sos Stalking che riceve 32 segnalazioni alla settimana, un terzo delle quali procedibili dal punto di vista tecnico. Nel libro Con te ho chiuso sul diritto di famiglia, che uscirà nei prossimi mesi per Feltrinelli, si occupa anche di quel fenomeno, per fortuna residuale, che riguarda «le scorrettezze processuali».
Anticipa: «Un’analisi della Procura di Bergamo del 2009 ha dimostrato che su centomila abitanti arrivano in media 400 denunce di violenza e solo due casi su dieci sono veri e propri maltrattamenti, gli altri sono querele enfatizzate ad arte per scopi prettamente economici o legati a problematiche familiari». Ricorda poi quella donna che si era messa a urlare davanti al muro chiedendo aiuto. «Il marito, però, senza che lei se ne accorgesse, l’aveva filmata. Quando arrivarono i carabinieri, la signora fu denunciata per calunnia».
«Forse non servono più i toni contrappositivi che hanno caratterizzato gli inizi del femminismo, quando le donne venivano sottoposte a processi umilianti con un aggravio di violenza per il modo in cui si dubitava di loro», interviene la storica attivista Lea Melandri. E, con coraggio, ammette: «Non voglio dare la colpa alle donne per un asservimento all’uomo avvenuto a livello profondo, perché è stato necessario per la sopravvivenza. Oggi i diritti sono acquisiti. Bisognerebbe affrontare l’ambiguità dell’intreccio perverso di amore e dominio, amore e potere. Abbondano ormai i racconti di donne maltrattate e la parola amore non si nomina mai».


La pasionaria antimolestie cambia ideabr /«Nei processi troppe tutele alle donne»

giovedì 4 aprile 2013

Madri sante e padri criminali

Ripristinato l’ordine “naturale” delle cose. Le madri sono tutte sante, martiri, i padri sono orchi, cattivi, egoisti, criminali. Quando le madri parlano dei padri tanto cattivi davanti ai figli lo fanno per metterli in guardia, difenderli. Se i padri fanno la stessa cosa è certamente per mettere in cattiva luce le mamme. Quando le madri coadiuvano i figli affinché si nascondano per sfuggire al padre, lo fanno per il loro bene. Se un padre facesse la stessa cosa è sicuramente un mostro che vuole tenere lontani la mamma dal proprio cucciolo.

I figli devono stare con le madri e se i padri vogliono stare con i figli significa che hanno un secondo fine. Vuol dire sicuramente che sono molesti, vogliono picchiarli dalla mattina alla sera, vogliono stuprarli abitualmente ogni notte, vogliono percuoterli psicologicamente, vogliono poter avere uno strumento in più affinché le loro ex mogli, tutte innocenti, patiscano.
Se le madri combattono per ottenere l’affido di quei figli sicuramente vogliono salvarli dalle brutalità di un padre violento, vogliono restituirli alla propria vita, vogliono fargli vivere una infanzia perfetta, vogliono proteggerli dal mondo.

I padri mentono sempre. Le madri non mentono mai. Quando i padri dicono che le mamme sono moleste sono sicuramente vendicativi e nascondono qualcosa. Quando le mamme dicono che i padri sono abusanti significa che sono delle sante donne e dicono certamente la verità. I padri, si sa, sono tutti criminali. Le mamme invece no. I padri restano con i figli sotto sorveglianza speciale delle mamme perché quando le mamme non sono presenti chissà cosa potrebbero fare. Le mamme possono restare da sole con i figli perché anche in solitaria compiono sempre tante buone azioni.

Quando la mamma dice che il papà ha usato la Pas per toglierLE il figlio, ha ragione. Quando papà dice che la mamma ha usato la Pas per togliergli il figlio, invece, ha torto.
Quando la mamma dice che il papà usa la Pas per strappare via il figlio alla “sua vita” va in televisione. Quando il padre dice che la mamma ha fatto la stessa cosa, se parla troppo, ci sta che finisca pure in galera.
Se la mamma insiste per avere il figlio o la figlia vicini allora compie quel che è naturale fare. I figli, come cultura patriarcale impone, devono stare con la madre, d’altronde. No?

Se il padre insiste per ottenere più visite, più affido, momenti, per stare con un figlio o una figlia può ricevere, per tanto amore e tanta attenzione, nell’ordine: una denuncia per stalking, una denuncia per molestia, una denuncia per violenze, una denuncia per abusi. Se tenta di difendersi gli piovono addosso denunce per diffamazione, calunnia, con il pignoratore sempre sotto casa perché anche se è un molestatore, secondo le accuse della ex moglie, però si esige da lui che paghi ogni mese il mantenimento di quei figli che si dice abbia molestato o di quella ex moglie che si dice abbia maltrattato.

Se la madre esige che il figlio resti in casa con lei, non c’è problema. Se lo esige lui, per qualche giorno a settimana, allora emerge la conflittualità e lo Stato lo ricatta e dice “se insisti, mando tuo figlio in una casa famiglia” e lui molla e resta lì a pietire un momento in più concesso dalla ex che brandisce il figlio come strumento di controllo affettivo e di potere.

Ho cominciato a occuparmi di Pas anni fa. So quasi tutto quel che c’è da sapere. Lo ritengo uno strumento autoritario, pessimo, che accelera la valutazione su quel che nei tribunali e in psicologia viene comunque giudicata una forma di maltrattamento del minore. Il punto è che nel trattare queste vicenda non c’è equilibrio. Ci sono solo tifoserie e di risolvere i problemi che originano questo casino c’è poca voglia perché pochi hanno voglia di rimettere in discussione una cultura intera che stabilisce l’innocenza della madre e la colpevolezza del padre a priori. Anche se è innocente fino a prova contraria. Anche se ha superato accuse e controaccuse e dopo aver speso un capitale e una vita per difendersi risulta essere innocente.
E non importa che questi padri vadano in giro con le sentenze di assoluzione attaccate in fronte. Sempre criminali restano.
Provate a dirlo alle madri che difendono i propri “cuccioli” nelle cause di separazione. Cosa ne pensano? Cosa dicono? Che i padri che vogliono l’affido dei figli sono violenti, tutti pedofili, anche se sono stati assolti, e che chi parla in loro favore sarebbe complice di quegli atti osceni.

Esistono genitori abusanti ed esistono persone violente. Esistono uomini che maltrattano figli e mogli, ma non brandite i numeri dei delitti che vedono le donne come vittime per ribadire la santità donnesca e materna. Non usate i cadaveri delle donne uccise per ribadire una teoria e per rafforzare una cultura in cui di donne in malafede, donne imperfette, donne incazzate, donne vendicative, donne umane, non si può parlare mai. Non strumentalizzate la lotta contro la violenza sulle donne per ripristinare l’ordine “naturale” e “patriarcale” delle cose, dove la madre resta a fare la madre e il padre al più guarda a distanza e sgancia un assegno di mantenimento.
Io voglio un futuro in cui ogni violenza sia riconosciuta tale, in cui si smetta di dire che i padri o le loro nuove compagne siano a favore della violenza sulle donne o addirittura dei bambini perché è una bugia. Voglio un futuro in cui non vi sia un pregiudizio di genere così grosso da far temere ad un padre di avanzare qualunque richiesta, pena l’esclusione dagli affetti, dalla vita, da ogni cosa. Voglio un futuro in cui non si brandiscano sindromi o psichiatrie varie per dimostrare l’inaffidabilità materna o paterna. Voglio  un futuro in cui le donne, le madri, devono poter e voler dividere il proprio ruolo di cura con l’altro genitore e il padre deve poter vivere un rapporto affettivo intenso e vero con i propri figli senza che esista una ex moglie che in fondo in fondo se lui vuole stare con suo figlio lo considera un po’ frocio e con giudizio omofobico annesso, dunque, anche pedofilo. Voglio un futuro in cui i figli non devono essere usati in queste battaglie in cui uomini e donne si contendono lo scettro della genitorialità perché sono genitori per scelta e sono ottimi riferimenti entrambi. Voglio un futuro in cui la psichiatria e nessuno strumento autoritario sia mai ritenuto utile per risolvere problemi irrisolvibili. Voglio che i figli non siano di “Stato” e che le donne smettano di chiedere tutela e rivolgersi allo “Stato”, al padre padrone per eccellenza, per farsi aiutare ad essere schiave di una cultura catto/fascista che le elegge Madonne e Martiri e le santifica Madri.

Volete una notizia? Lo schema di reazione di padri che tentano di opporsi alla santità materna non buca, non funziona, non è forte tanto quanto, perché regnano sovrani i pregiudizi, perché aleggia su di noi l’eterno fantasma di una inquisizione medioevale che ci fa stare pronti ad imbracciare forconi ogni volta che si demonizza un uomo. Non funziona perché c’è tutto il “bene” che lotta contro il “male” e perché in fondo loro stessi sono intrisi della stessa cultura con la quale siamo cresciute noi.
Se parlaste con loro, singolarmente, vi rendereste conto che sono arrabbiati, che pensano di dover giustificare ogni azione, ché tanto non gli crede mai nessuno, ché sono cresciuti con chi gli diceva che la violenza è male, toccare un bambino è una cosa sporca, toccare una donna idem, e non sono santi, non sono neppure eroi. Sono solo umani.

Le violenze stanno dappertutto e dipende anche cosa si intende per violenza. E’ chiaro che abusare una donna o una bambina è una gravissima violenza. Ma inventare una accusa e tenere alla sbarra un uomo per rovinargli la vita e tenerlo lontano da sua figlia è violenza oppure no?

Perché in fondo, si sa, in un sistema forcaiolo, dove perfino le compagne femministe sedicenti garantiste tifano per la pena di morte ad un uomo sulla base di una semplice accusa, prima ancora che qualunque processo sia svolto o finisca, se finisci in galera qualcosa devi pur aver commesso, no?
Lì vedrei bene, care, una discussione tra di noi sugli stereotipi sessisti (che non esistono solo a senso unico, evidentemente), sul carcere, il garantismo, cosa pensiamo noi del fatto che i contesti pro/mamme arresterebbero un uomo solo sulla base della parola di una moglie/madre. Davvero, si, apriamo questa discussione: cosa ne pensate della presunzione di innocenza?

Vedrei bene anche una sana discussione sulla genitorialità in senso queer giusto in quei contesti che ribadiscono che del “padre” si possa fare a meno ma della “madre” mai. Perché delle due l’una. O facciamo a meno di nominare le genitorialità per specificità di genere, ma intendo proprio che facciamo a meno di nominarle tutte, o diversamente se ne rafforza una e si risantifica la madre – modello etero-normativo e biologicamente riduzionista per eccellenza – semplicemente ad esclusione di altre figure genitoriali. E questo non è bene. Sicuramente non lo è per quelle come me che vogliono ruoli di cura in condivisione piena, ma piena in tutto. Non è così anche per voi?
Ps: per inciso, queste mie posizioni mi costano ostracismo, diffamazioni, calunnie, e tutto il repertorio riservato a chi accende un dubbio su questa materia.

venerdì 8 marzo 2013

la patacca del femminicidio



















ISTAT de l'Unità d'Italia (http://lipari.istat.it/digibib/causedimorte/IST3350Mortiviolente1870.pdf)


 




fate pace con l'intelligenza.


 
FONTE ISTAT http://noi-italia.istat.it/index.php?id=7&user_100ind_pi1[id_pagina]=49&cHash=a8e4ad8661dc8d0455aba7970b8a8875



E non leggete solo "Repubblica"

http://www.tempi.it/gli-omicidi-contro-le-donne-sono-uno-scandalo-ma-i-numeri-del-femminicidio-sono-gonfiati#.UTmaeqxWNSk

http://www.corrispondenzaromana.it/notizie-brevi/il-femminicidio-e-la-profezia-che-si-autodetermina/

http://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=2596