martedì 4 giugno 2013

Padre non vedrà la figlia per 13 anni!



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FOnte: http://www.f4e.com.au/blog/2013/04/11/dad-banned-from-seeing-child-for-13-years-because-of-malicious-mother/


The Family Court has banned the father of a five-year-old girl from seeing his daughter until she turns 18 by ruling that shared care would not work.
After a long legal battle, the court ruled it would be pointless to order shared care of the girl because the mother was determined to ignore court orders and destroy the daughter’s relationship with her father.
The court said while it was not in the best interests of the child, the only solution was to ban contact between father and daughter until she turned 18.
The case has been branded by legal experts as one of the most extreme since amendments to shared care legislation in the Family Law Act were introduced by the Howard government in 2006.

Jenni Millbank, a professor of law at the University of Technology in Sydney, says the Family Court needs to consider the relationship between the child and both parents.
“The Family Court has to consider the benefit to a child of a meaningful relationship with both parents and, if they order shared parental responsibility between the parents, they must also then consider whether or not the child would benefit from so-called equal time or, if not equal time, substantial and significant time,” she said.
But Professor Millbank says certain circumstances mean some shared care arrangements do not work.
“If a parent is violent or abusive or if they have a very serious mental illness or an addiction, if they are not able to prioritise the child’s need over their own needs or if there is such extreme conflict between the parents that the benefit of the relationship is outweighed by the destructive impact of the conflict on the child,” she said.

‘Fraught issues’

The director of Canberra law firm Farrar Gesini and Dunn, Juliette Ford, says those circumstances existed in the current case.
“There are a number of extremely fraught issues between the parents,” Ms Ford said.
“There were allegations of violence between them; there are allegations of abuse in relation to the child; there is evidence of the father’s attitude towards the mother, which is negative.
“And then there is also a lot of evidence as to the mother’s attitude towards the father, which is also negative.”
“The courts have been very careful not to in any way be seen to be complementing, congratulating or condoning the actions and attitudes of each of the parents, and this isn’t a case where one should see that the mother has been vindicated in her actions.
“The court has very much made a decision as to what’s in the interests of this little five-year-old notwithstanding the actions of her mother in this particular case.”
Professor Millbank says the case should not set an unwanted precedent for shared care.
She says it just confirms that the case in question was extreme.
“As Tolstoy says, every family is unhappy in its own special way,” Professor Millbank said.
“So there’s no such thing really as the death of shared care or a precedent that binds other cases. This sounds like a very extreme and unusual sets of facts and so you’re going to get an unusual judgment.
“I think it’s very clear that the shared care legislation has set down a pattern of much more shared care. So you can’t just say because it didn’t happen in this one case that the quotes about the death of shared care, I thought, were just a bit extreme.”

High-stakes game

Professor Millbank says parents who simply refuse to deal with each other are playing a high-stakes game.
“There is absolutely that question of kind of thwarting the relationship but that is also a consideration in the legislation,” she said.
“The court has to consider the willingness of each parent to facilitate the relationship of the child with the other parent or with other important people.
“So if you just say ‘it’s over and I hate him now so I don’t want the child to see him’, then one of the possible outcomes is the child will actually go into the primary care of the other parent.”
Ms Ford says the laws have mostly had a positive impact.
“What’s happened since those amendments is there’s been a greater number of cases where people have been spending more time with their children,” she said.
“Some can see that as being a good thing. Some may point to some decisions where that necessarily hasn’t been a good thing.
“But what it has caused people to think about is well, my actions and who I am as a person is going to have some relevance towards what orders somebody makes which is in the best interests of my child and it’s not about me and what my rights are, it’s about what’s appropriate for my children.
“That’s really what this case struggled with.”

Divorzio breve e responsabilità civile dei giudici

Divorzio Breve e Responsabilita Civile dei giudici, Timperi: Battaglie sacrosante



Divorzio Breve e Responsabilita Civile dei giudici, Timperi: Battaglie sacrosante
Tiberio Timperi


Tiberio Timperi, noto giornalista e conduttore televisivo, è intervenuto ai microfoni di Radio Radicale, durante la consueta trasmissione serale condotta da Diego Sabatinelli e Alessandro Gerardi (Lega italiana Divorzio Breve - qui il link alla puntata integrale).
"Il divorzio breve da solo non è sufficiente", esordisce Timperi, "se non si lavora per formalizzare legislativamente i patti pre-matrimoniali. La battaglia di civiltà per il divorzio breve, già cominciata in altri paesi, è sacrosanta, l'importante è che si superino le resistenze del mondo cattolico e si preveda anche la cancellazione dell'istituto della separazione, senza il quale la nuova norma verrebbe aggirata".
"Relativamente alla responsabilità civile dei magistrati", aggiunge Timperi, "credo sia il caso di tornare sul referendum del 1988 e riprendere il cammino tracciato dagli italiani che avevano votato per una reponsabilità diretta dei giudici che sbagliano nel compimento delle proprie funzioni. Mai come in questo periodo sarebbe necessario rivedere questa grave questione".
La striscia radiofonica serale di Sabatinelli e Gerardi su Divorzio Breve e Responsabilità Civile dei magistrati continua ogni martedì dalle 22 alle 23

Fonte:
http://www.adiantum.it/public/3361-divorzio-breve-e-responsabilita-civile-dei-giudici,-timperi--battaglie-sacrosante.asp

martedì 21 maggio 2013

Crimine demolire la famiglia - prolusioni inamidate



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Nuova prolusione del card. Bagnasco, su temi cari alla comunità cattolica e cristiana: famiglia, vita, eutanasia, anche con citazioni giuridiche su recenti raccomandazioni della corte di Strasburgo sui diritti dell’uomo, sui movimenti per la vita
Cito da “TEMPI”che titola:
«La famiglia è un bene universale, umiliarla o indebolirla con surrogati è un crimine»
 e da “AVVENIRE”
che titola: “Crimine demolire la famiglia”

Così, ha proseguito Bagnasco «la famiglia – patrimonio incomparabile dell’umanità – che ancora una volta ha dato prova di sé rivelandosi il primo e principale presidio non solo della vita, ma anche di energie morali e di tenuta sociale ed economica: fino a quando potrà resistere senza politiche  consistenti, incisive e immediate? Essa è un bene universale e demolirla è un crimine; affonda le sue radici nell’essere dell’uomo e della donna, e i figli sono soggetto di diritto da cui nessuno può prescindere. La famiglia non può essere umiliata e indebolita da rappresentazioni similari che in modo felpato costituiscono un vulnus progressivo alla sua specifica identità, e che non sono necessarie per tutelare diritti individuali in larga misura già garantiti dall’ordinamento. ».

Altri temi citati dal card. Bagnasco (riportati da Avvenire) sono: l’eugenetica, la sperimentazione embrionale, il gioco d’azzardo. Politically correct, non poteva mancare la violenza sulla donne.
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Come nella scorsa prolusione (qui), tra i temi ne manca uno, fondamentale,  che potrebbe fornire una spiegazione alternativa alla attuale crisi della famiglia. E'un tema mancante, ora come allora.  http://comeulisse.blogspot.it/2013/01/io-non-ho-perdonato.html L'attenzione dei cattolici è tutta verso  il modernismo francese e sul cosiddetto "matrimonio omosessuale".

Due considerazioni. 
La prima è constatare che l'apparato ecclesiastico continua a compiere l’errore di non comprendere i meccanismi giuridici (e le prassi) delle separazioni coniugali tra le cause primarie che minano oggi la famiglia, forse con la presunzione e la convinzione che il fenomeno delle separazioni sia frutto di una “scelta” dei cristiani adulti, che siano un prodotto della superficialità o della noncuranza dei genitori! O che esse siano statisticamente poco rappresentative, rispetto ad altri fattori "disgreganti".

La realtà delle cose dimostra che i sistemi giuridici con cui vengono celebrate le separazioni coniugali sono una frode, scientifica e giuridica. I sistemi giuridici attuali si rivelano un crimine verso i diritti dell'uomo (sentenza corte Strasburgo) 
La realtà delle cose dimostra che per i figli degli italiani e per  la maggior parte dei padri italiani le separazioni sono subìte e diventano una condanna a una vita affettivamente meno ricca, economicamente più precaria, giuridicamente ingiusta. 

Non aprire gli occhi di fronte a 90000 casi annui di separazione (con una media di 1.4 figli per coppia si giunge a 120000 bambini che vengono coinvolti nella macchina delle separazioni) significa negare la realtà di 12000 figli italiani privati di un genitore in vita. Significa autorizzare che si continuino a perpetrare le ingiustizie. O i crimini, come riconosciuto anche dalla stessa corte di Strasburgo (che Bagnasco cita, ma per altro), che nel 2013 ha condannato proprio il “modus operandi” italiano nelle separazioni coniugali (sentenza corte Strasburgo).  
Un modus operandi che genera figli orfani di genitori in vita (specie di padri in vita).





La seconda è constatare che l'approccio italiano alla famiglia, rispetto a quanto accade oltralpe, è ancora molto "inamidato", per usare un'espressione di Papa Bergoglio. I toni sono diversi.
Un esempio? Mons. André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, presidente della Conferenza episcopale francese, alla festa dell’Assunta del 2012 formulò la seguente preghiera::

"Per i bambini e i giovani; che tutti aiutiamo ciascuno a scoprire il proprio cammino per progredire verso la felicità; che cessino di essere oggetto dei desideri e dei conflitti degli adulti per godere pienamente dell'amore di un padre e di una madre".(riferimento web)

 In Italia chi pronuncerà per primo queste parole sarà scomunicato dalla totalità dei benpensanti della Politica, ministero delle “pari opportunità” in testa, inzuppata di ideologia, femminismo, luoghi comuni.

Pronunciarle è un rischio. Come scrive Michel Schooyans:
“La Chiesa deve diventare un elemento di disturbo con le sue parole profetiche nei confronti della società. Essa deve costantemente vigilare affinché il messaggio sociale non venga manipolato o strumentalizzato a favore di qualsiasi ideologia”.

Certo, dire certe frasi sulle separazioni coniugali italiane e sui conflitti strumentali mossi per escludere uno dei genitori dalla cura filiale è difficile. Si stenta proprio a far uscire la voce.

Come scrive Schooyans (p.159 “Gli Idoli della Modernità” ed. ESD):
«Il parlare di di queste cose è percepito come qualcosa di sconveniente perché vi sono alcuni tra i presenti tra gli amici, all’interno della famiglia, nel pubblico, nell’assemblea domenicale che sono personalmente e direttamente coinvolti in queste politiche. Ne consegue che si ricorre a un linguaggio “preconfezionato” e così i cristiani invece che testimoniare con coraggio il loro amore per la vita, si ritrovano paralizzati.»

Certo, Schooyans è lontano, sia fisicamente sia nel pensiero.  Per molti è più comodo  essere cristiani “inamidati”, con buona pace di papa Bergoglio.

domenica 19 maggio 2013

La Corte di Appello di Brescia colloca il bambino di Cittadella dal padre. Affidamento ai servizi - Associazione di Associazioni Nazionali per la tutela dei Minori

La Corte di Appello di Brescia colloca il bambino di Cittadella dal padre. Affidamento ai servizi - Associazione di Associazioni Nazionali per la tutela dei Minori

La Corte di Appello di Brescia colloca il bambino di Cittadella dal padre. Affidamento ai servizi

La Corte di Appello di Brescia, con decisione recentissima, ri-colloca il piccolo Leonardo dal padre, affidando il minore ai servizi sociali. Certamente, il comportamento tenuto dalla madre immediatamente dopo la sentenza della Cassazione - decisione senza dubbio "politica", tanto da essere immediatamente "sorvolata" dalla corte di appello - non è stato intelligente: il padre non lo vedeva più, neanche per le feste pasquali. 
Leggendo i passaggi fondamentali del decreto (versione integrale in allegato a margine dell'articolo) ci si rende conto che la Cassazione, con la precedente decisione di accogliere il reclamo della madre, ha voluto forzare la mano, interrompendo di fatto e di diritto un percorso che stava cominciando a dare i suoi frutti.
Relativamente al dibattito giurisprudenziale sulla PAS che la Suprema Corte ha scatenato, la Corte di Appello eleva il livello delle fonti, e cita testualmente "La SINPIA, Società italiana di Neuro psichiatria Infantile, (che) la riconosce sin dal 2007; la PAS essa risulta essere inserita nel DSM IV nella sezione problemi relazionali genitore-bambino; molte sono le pubblicazioni che riguardano l'alienazione genitoriale ( doc 8 ) . Si deve aggiungere che anche la corte di cassazione con la sentenza n.5847/12 pubblicata 1'8.3.13 non ha posto in discussione la diagnosi di PAS posta a fondamento del provvedimento impugnato. Il fatto che altri esperti neghino il fondamento scientifico di tale sindrome non significa che essa non possa essere utilizzata quanto meno per individuare un problema relazionale molto frequente in situazione di separazione dei genitori, se non come una propria e vera malattia".
Dice la Corte di Appello: "il provvedimento della corte territoriale che è stato cassato, comportante l'allontanamento del minore dalla madre e dall'ambiente materno, (aveva) consentito al bambino di liberarsi dalla sua condizione di avversione nei confronti del padre. Ne ha accettato la compagnia e finanche di trascorrere la notte con lui attraverso un graduale riavvicinamento. Questo cambiamento di comportamento sta a dimostrare che i soggetti in età evolutiva sono dotati di un alto grado di resilenzia, vale a dire sanno resistere alle condizioni della vita che li pone in difficoltà ed all'azione degli adulti che attraverso il loro conflitto li possono spingere ad allearsi con uno di loro e a rifiutare l'altro.
La -MADRE- , subito dopo la sentenza della corte di cassazione, ha prelevato il figlio dalla casa paterna, gli ha impedito di frequentare la scuola in cui era iscritto, ha tentato di ottenere l'iscrizione presso la scuola di °°°°, ha disatteso il programma del servizio sociale affidatario, ha impedito al figlio di trascorrere parte dei giorni festivi pasquali con il padre portandolo con sé in Toscana da alcuni parenti. In questa situazione i comportamenti che emergono da fatti obiettivi ed inconfutabili consentono di corroborare la prova del suo comportamento alienante e possessivo, nonostante i limiti imposti dal provvedimento del tribunale per i minorenni che ha rigettato la sua reintegra nella potestà ed ha confermato l'affidamento del bambino al servizio sociale.
Dalle sue dichiarazioni orali rese in udienza la -MADRE- risulta desiderosa di restituire al figlio " tutta la sua vita" e non solo la metà che è costituita nel suo rientro nella casa materna. L'altra metà a suo dire è costituita dall'ambiente scolastico ed amicale di °°°°. Nessuno spazio nel suo concetto di vita del figlio è riservato al rapporto con il padre, nonostante le preoccupazioni che asserisce di avere avuto per il rifiuto nei confronti dello stesso.
Di fronte a tale pervicacia nel comportamento materno non si ravvisano le garanzie che la predetta sappia far proseguire il figlio nel rapporto con il padre e non ponga nuovamente in atto ostacoli alla normalità del medesimo, facendo regredire il minore e ponendolo in posizione di grave rischio di disturbi della personalità, siano essi quelli che in campo scientifico vengono da parte degli esperti qualificati come PAS, siano gli agiti aggressivi che derivano dallo stato d'ansia rilevati dagli esperti dei Servizi Sociali.
Indipendemente dalla loro qualificazione dal punto di vista medico, la descrizione dei comportamenti del bambino sulla quale tutti hanno concordato consente di ritenere che i suoi agiti , se non ricomposti, porterebbero a disturbi che impedirebbero al figlio di crescere e sviluppare tutte le sue notevoli capacità intellettuali ed espressive. Non si tratta solo di conservare al bambino la bigenitorialità da intendersi come un patrimonio prezioso di cui i figli debbono poter disporre, ma di evitare che attraverso il rifiuto si vada strutturando una personalità deviante. Si tratta anche di preservare il bambino dal dolore perché le gravi manifestazioni di rifiuto emerse nel passato sono anche espressione di sofferenza.
Per tale ragione va confermato l'affidamento al servizio sociale per la predisposizione di un progetto di sostegno psicologico del bambino e di aiuto alla genitorialità in quanto solo attraverso l'abbassamento del conflitto della coppia si può sperare che il bambino acquisisca sicurezza e serenità. Poiché la madre non lo ha garantito in questo percorso, ma al contrario lo ha ostacolato, la predetta non può ritenersi essere il genitore più idoneo a favorire la crescita del bambino, per cui il collocamento principale dello stesso va disposto presso il padre che ne esercita la potestà.
 
 

Fonte: Redazione - testo del provvedimento tratto da www.http://mobbing-genitoriale.blogspot.it a cura del prof. Gaetano Giordano

Madre getta dal terzo piano i suoi bambini «L'ho fatto per il loro bene». Arrestata - Milano

Madre getta dal terzo piano i suoi bambini «L'ho fatto per il loro bene». Arrestata - Milano

Visto dall'alto, il tavolino sul quale sono caduti i bambini (Newpress)

Tragedia familiare sabato poco dopo mezzogiorno a Busto Arsizio: una madre 42enne, S. B., ha gettato i suoi due figli di 6 e di 3 anni dal balcone di casa, situato al terzo piano, con affaccio sul cortile interno. I piccoli hanno compiuto un volo di oltre 7 metri e sono atterrati su un tavolino sul terrazzo dei vicini del primo piano, che hanno chiamato l'ambulanza. Il bimbo di 6 anni ha riportato una frattura occipitale e una lesione a una vertebra, ed è stato ricoverato a Legnano. La bambina di 3 anni ha riportato una frattura al torace con versamento di sangue nel polmone, e si trova nell'ospedale di Busto Arsizio. Per entrambi la prognosi è riservata, ma non sarebbero in pericolo di vita. I medici sono ottimisti, in quanto la frattura alla vertebra del maschietto non avrebbe leso il midollo spinale; speranze anche per la bambina. Forse la presenza del tavolino in plastica proprio in quel punto ha in qualche modo miracolosamente attutito gli effetti della caduta di almeno uno dei due piccoli.

FERMATA - La madre è stata subito fermata. Italiana, sposata con un professionista, era stata in cura per disturbi legati alla depressione e solo una settimana fa era stata dimessa, dopo un mese di ricovero, dal reparto psichiatrico dell'ospedale di Busto Arsizio. Era in cura con psicofarmaci. La donna ha lanciato dal balcone prima la bambina e poi, a distanza di pochi istanti, anche il figlio maggiore: il vicino del primo piano ha visto precipitare la piccola, ha chiamato l'ambulanza e proprio in quell'istante ha visto cadere anche il fratellino. Una vicina ha raccontato che sentiva spesso la donna urlare contro i figli. Al momento del fatto il marito era uscito per fare la spesa. In casa c'era l'anziana madre della donna, che però in quel momento era impegnata a cucinare.
«PER IL LORO BENE» - La madre dei due bambini ha confessato di aver gettato i figli dal balcone. «L'ho fatto per il loro bene»: questa la frase che avrebbe detto al pm di Busto Arsizio, Mirko Monti, che l'ha interrogata. Ha anche raccontato che da tempo meditava questo gesto. Il magistrato ha convalidato l'arresto per duplice tentato omicidio. La donna è ora agli arresti domiciliari presso il reparto psichiatrico dell'ospedale di Busto Arsizio, lo stesso reparto dal quale era stata dimessa l'11 maggio scorso.
LA VICINA - «Pensava che i suoi figli non avessero un futuro, così mi ha detto». È la testimonianza raccolta da TgCom24 di una vicina di casa della donna. La testimone ha spiegato di essere andata in casa da lei subito dopo il fatto e fino all'arrivo del marito che, avvisato al telefono della tragedia, è corso immediatamente a casa. «Lei - racconta la testimone - pensa sempre che nessuno le voglia bene e via dicendo, le solite cose che dicono le persone. Ha cominciato a pensare così dopo la seconda gravidanza. Io continuavo a chiederle "Perché l'hai fatto, i bambini non c'entrano niente", e lei non rispondeva, sembrava in trance».

mercoledì 15 maggio 2013

Femminicidio e misandria

FOnte:  http://www.libertiamo.it/2013/05/14/ma-sul-femminicidio-si-sta-costruendo-una-campagna-misandrica/


- Ad ogni crimine violento compiuto da un immigrato c’è sempre chi prova a giocare la carta etnica, la carta della paura e della colpevolizzazione del diverso. È successo anche in questi giorni, dopo lo stupro a Vicenza di una ragazza ad opera di un ghanese e dopo la follia omicidia di un altro ghanese a Milano.
La politica mainstream e soprattutto quella progressista e di sinistra prendono sistematicamente le distanze da tali posizioni e chiedono che i delitti si puniscano in quanto tali, ma si evitino campagne allarmistiche e generalizzazioni razziste. Peccato, che negli stessi giorni in cui, da sinistra, si chiede – giustamente – di approcciare le problematiche della sicurezza in un’ottica rigorosamente “race blind”, al tempo stesso si lanci una campagna sul “femminicidio”, che “blind” non lo è per niente, ma che anzi è fortemente sessuata e generalizzante.
Si sostiene che la violenza non ha razza ed al tempo stesso si afferma che la violenza ha un sesso. Così se è sbagliato sottolineare che è un immigrato ad avere ucciso un italiano, è cosa buona e giusta rimarcare che è un uomo che ha ucciso una donna. Nell’overdose mediatica di questi giorni sul “femminicidio”, sono davvero pochi i giornalisti che hanno osato mettere in discussione la vulgata e le sue basi filosofiche e morali. Tra questi Vittorio Feltri sul Giornale e Marcello Adriano Mazzola e Fabrizio Tonello sui blog del Fatto Quotidiano. Onore al merito.
Ma c’è davvero questa “emergenza femminicidio” in Italia? Andiamo con ordine e cominciamo ad esaminare qualche dato. Per prima cosa, partiamo dalle statistiche delle Nazioni Unite e notiamo che l’Italia è uno dei paesi più sicuri al mondo per le donne. Lo è in termini assoluti, dato che tra le donne si registrano 0,5 vittime all’anno ogni 100.000 abitanti; e lo è in termini relativi rispetto agli uomini, dato che solo il 23,9% delle vittime di omicidio è di sesso femminile. Per fare un raffronto, le donne rappresentano il 49,6% delle vittime in Germania, il 49,1% delle vittime in Svizzera, il 34,3% in Francia ed il 33,9% nel Regno Unito.
È interessante notare come in generale sia infondata la correlazione tra uccisione di donne e cultura patriarcale. Anzi in paesi normalmente considerati più femministi, la percentuale di vittime di sesso femminile è alta (41,4% in Norvegia); al contrario è più contenuta in paesi più tradizionalisti (il 18,1% in Irlanda ed appena il 5% in Grecia). La sensazione – stando ai dati ONU – è che le donne siano relativamente più al sicuro in paesi dove vige una divisione dei ruoli tradizionale, mentre il rischio per le donne aumenti, tendendo a livelli “maschili”, nella misura in cui la loro esposizione sociale cresce, avvicinandosi a quella degli uomini.
I “teorici” del “femminicidio”, tuttavia, non prendono in considerazione il “rischio” per le donne in termini complessivi, ma si concentrano su un ambito specifico – quello dei moventi relazionali/passionali. In questo ambito è vero che in Italia, come in altri paesi, si registra una prevalenza numerica abbastanza significativa di vittime femminili. Tuttavia, non esiste alcuna evidenza che il fenomeno del delitto passionale sia in crescita; anzi secondo i dati è persino un fenomeno tendenzialmente in diminuzione.
Peraltro la violenza con motivazioni passionali non è necessariamente compiuta da un uomo su una donna. Si registrano ogni anno vari casi di uomini uccisi dalla moglie o dalla compagna. Negli ultimi mesi è capitato anche di uomini sfregiati con l’acido (qui e qui) da donne gelose o respinte. Cosa c’è di “diverso” o di “meno grave” in questi episodi, rispetto agli scenari in cui è la donna ad essere vittima? Se la risposta è “niente”, allora vuol dire che siamo d’accordo sul perché sono radicalmente sbagliate campagne politiche che creino, per lo stesso reato, vittime di serie A e vittime di serie B.
Le campagne contro il femminicidio, peraltro, partono da un presupposto di eteronormatività, quando invece comportamenti violenti si possono riscontrare anche in coppie gay e lesbiche. E allora, se una donna è uccisa da un’altra in una relazione omosessuale, ciò si qualifica come un “femminicidio”? Oppure l’uccisione di una persona di sesso femminile è meno grave se anche la mano che uccide è quella di una donna?
Stando ad analisi criminologiche, limitandosi a considerare i soli delitti motivati da ragioni relazionali-passionali – ed espungendo quindi uccisioni riferibili ad altre cause (ragioni economico-patrimoniali, eutanasia, etc.) – nel 2012 le donne morte per mano di un uomo sarebbero 53 in più degli uomini morti per mano di una donna. Ognuno di questi casi, indipendentemente dal sesso della vittima, ci impone rispetto e riflessione; eppure si tratta di numeri che non suggeriscono affatto le dimensioni di un’emergenza sociale.
Certo, laddove sussista una precisa volontà, non è difficile utilizzare sapientemente qualsiasi numero per costruire la percezione dell’emergenza e peggio ancora per consegnare all’opinione pubblica un nemico. Tuttavia, una politica civile e responsabile avrebbe il dovere di ricondurre i fenomeni criminali alle loro effettive proporzioni, senza assecondare o tanto meno incoraggiare isterie securitarie o colpevolizzazioni collettive. Ce lo immaginiamo, del resto, se tutti i giorni il TG1 dedicasse cinque minuti della sua programmazione ad una campagna contro “l’italianicidio”, presentando ogni sera un nuovo caso di cittadino italiano ucciso da un immigrato? Sarebbe contenta forse la Lega, ma cosa ne penserebbero invece le tante anime belle che sono in prima linea per denunciare l’emergenza “femminicidio”?
Se davvero si vuole combattere la violenza, si deve essere solidali con tutte le vittime, uomini e donne, e comprendere che la violenza non è un problema di genere, ma è un problema umano. Se si dà un’aggettivazione di genere alla violenza è perché quello che maggiormente interessa è spendere certi fatti in chiave politica per perseguire obiettivi diversi. Questi obiettivi sono fondamentalmente di due tipi.
Il primo è quello di alimentare l’infrastruttura istituzionale delle “pari opportunità”: non un femminismo spontaneo e di base, ma un femminismo invecchiato e burocratizzato che resiste nel “mercato delle idee” solo grazie ad una distribuzione continua di fondi pubblici. Alla fine tutto il “tam tam” di questi giorni si ricondurrà prosaicamente ad una sola cifra: gli 85 milioni di euro chiesti dal ddl 3390.
Il secondo – ancora più pericoloso – è quello di creare un clima culturale che rafforzi il pregiudizio contro gli uomini nelle cause di separazione e di affidamento figli, dando automaticamente più peso a qualsiasi denuncia venga dalle donne, anche quanto questa non sia sufficientemente circostanziata. Si tratta di un rischio più che concreto che potrebbe vanificare gli sforzi che in questi anni sono stati compiuti per cercare di addivenire a dei procedimenti più equi.
La campagna sul “femminicidio” è, in definitiva, una campagna sessista, che rinfocola gli stereotipi di genere – anziché combatterli – quelli dell’uomo violento e prevaricatore e della donna innocente e naturaliter buona. È dunque una campagna moralmente sbagliata e culturalmente pericolosa, che deve essere pertanto confutata se ci stanno a cuore i princìpi della neutralità della legge, del garantismo e di una vera uguaglianza di genere.

martedì 14 maggio 2013

Diario di un padre separato: la papà-cena!




 
http://abbattoimuri.wordpress.com/2013/05/13/diario-di-un-padre-separato-la-papa-cena/
di Capitan Daddy
È mercoledì, il giorno della cena col papà… ho due figli e da più di cinque anni nel classico mercoledì sera da papà separato passo a prenderli al ritorno dall’ufficio per cenare insieme; e da cinque anni loro lo segnano sul calendario; tuttavia nel bel mezzo della settimana si svolge un fantastico percorso ad ostacoli…
Questo dovuto al fatto che la più classica delle leggi di Murphy (se qualcosa può andare storto sicuro ci andrà) farà si che quanto previsto dagli accordi non si paleserà nei fatti.
Intanto, da parte mia, faccio tutto il possibile per evitare che impegni di lavoro non si accavallino nel tardo pomeriggio e così il mercoledì diventa giornata off-limit creando a volte non pochi imbarazzi tra colleghi, anche perché nonostante abbia la fortuna di avere un lavoro stabile e con orari fissi, capitano comunque impegni improvvisi non proprio conciliabili con appuntamenti prefissati.
Quindi quella tanto invocata flessibilità può diventare un boomerang infernale: l’elasticità lavorativa sarà inversamente proporzionale con la disponibilità della ex-moglie nel concederti il piacere di passare del tempo coi tuoi figli in orari o giorni diversi rispetto a quanto definito davanti al giudice, figura altrettanto curiosa, che per i separati diventa quasi un parente tant’è la responsabilità nel dettarti i tempi e i ritmi della tua nuova vita; tuttavia, più cercherai di attenerti a quanto previsto e più arriveranno le mitiche richieste di variazione delle 8 di mattina dello stesso giorno in cui pensavi, si, tu pensavi… ma non lo pensava lei!
Naturalmente per i figli questo ed altro e son sicuro che se dovessi, mi taglierei un braccio per loro ma son sicuro che troverà sempre un modo per dire la fatidica frase: “sei un egoista, prima vengono i tuoi figli!!! Allora dillo che non te ne frega niente!!!”; mi do sempre un consiglio: manda giù, lo fai per i tuoi figli, non vorrai mica dare seguito a queste bassezze che puntualmente verranno riportate, solo le tue, ai ragazzi e con dovizia di particolari?
Comunque, bando agli imprevisti, alle ore 18:30 se non è cambiato niente carico i pargoli e andiamo a casa, dalle richieste che arrivano, i ragazzi mi farebbero vivere in tre ore di tempo una settimana di divertimento e sentimento.
“papà giochiamo a carte? tiriamo i rigori al campo? Mi scarichi Caparezza da youtube? Ti devo far leggere il fumetto degli xmen… guardiamo un film? organizziamo un torneo all’xbox? Ho bisogno che mi stampi una cosa per la ricerca della classe… “ e così via, non basterebbero, appunto 7 sere su 7 e sarebbe la normalità del rapporto genitori/figli; fortunatamente i ragazzi ormai sono abituati, anche ai miei salti mortali: è capitato anche che la mia compagna fosse fuori per lavoro quindi mi trovassi da solo mentre preparavo la cena, mischiavo il mazzo di carte e accendevo il pc lanciando ricerche su google… per il calcio di rigore in contemporanea mi sto ancora organizzando…
Mi rendo conto che sono piccole cose in confronto a quanto fa una madre, oddio, se avessi a disposizione lo stesso monte ore di frequentazione sono stracerto che farei esattamente le stesse cose che fa lei; mettetemi alla prova!!
Ore 21:30 si rientra alla base e devo confessare che spesso ho assistito a non pochi mugugni da parte dei ragazzi che però si premurano subito di organizzare la prossima volta che ci vedremo e mi rende felice perché hanno voglia di passare del tempo con me e questo mi ripaga tanto.
Naturalmente guai a sgarrare di 5 minuti l’orario del rientro… cazzarola, a volte le signore si fanno attendere intere mezz’ore… e noi per il tempo di una pipì veniamo folgorati, già, perché capita l’imprevisto che mentre stai uscendo: “papà devo andare in bagno…” che fai? Gli dici no? E va bene tua mamma aspetterà…
Per fortuna che a settimane alterne ci sono i week end e sono un grosso sollievo, insieme riusciamo a prenderci i nostri tempi, riusciamo a realizzare le nostre piccole abitudini, possiamo decidere insieme nel corso della giornata cosa fare insomma; peccato che passano troppo in fretta.