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giovedì 25 luglio 2013
Giudice Morcavallo: intervista shock
Il giudice Morcavallo entra in Finalmente Liberi, commissione di inchiesta costituita dentro Federcontribuenti sulla questione dei bambini sottratti alle famiglie e ammette: ” tra le strutture private adibite alla ricezione di minorenni ve ne sono molte malfunzionanti o addirittura ‘infernali’; altre (poche) sono gestite con cura e scrupolo. Il problema non si esaurisce nel controllo sulle strutture, ma nell’evitare il meccanismo perverso per cui queste diventino centri di smistamento di bambini che mai avrebbero dovuto essere sottratti alla famiglia”. Cosa può determinare l’allontanamento di un minore dai propri genitori? L’attuale procedura consente al Tribunale per i Minorenni di sospendere la potestà genitoriale ad uno o entrambi i genitori, dietro la segnalazione di un operatore scolastico o sanitario. Un comportamento o atteggiamento sospetto da parte di un bambino, un disagio economico, può gettare una famiglia nell’inferno. Non solo segni evidenti di abusi sul corpo, non solo confessioni drammatiche. Per vedersi sottrarre un figlio basta intravedere una difficoltà ad interagire con i coetanei, eccessiva aggressività, inappetenza, linguaggio sboccato, tutto quel che può essere interpretato come sintomo di disagio. Difendere i minori è un dovere assoluto, ma l’approssimazione, lo standardizzare una procedura, il trattare i singoli casi come fossero documenti su cui apporre un timbro, significa correre il rischio di commettere errori gravi, veri atti disumani. Durante le separazioni di solito tale segnalazione agli organi preposti è fatta dal genitore affidatario (nel 93% la madre) che, su consiglio di consulenti legali senza scrupoli, utilizza l’apparato giudiziario per far allontanare l’altro genitore dalla vita del figlio. Capita di vedersi sospeso dal ruolo di genitore anche senza una consultazione, d’ufficio. Gli assistenti sociali hanno la totale gestione del minore. Molti hanno perso i contatti per anni con i loro figli, istituzionalizzati in altre città o in luoghi di cui non viene fornita localizzazione. Quando il decreto di sospensione emesso dal tribunale è provvisorio, non consente ai genitori di ricorrere in appello. Si può andare avanti per anni senza alcuna possibilità di contraddittorio e difesa dalle accusa che hanno determinato il provvedimento. Non vengono accolte prove sull’innocenza, non vengono sentiti testimoni: valgono esclusivamente le insindacabili relazioni degli assistenti sociali e le perizie dei consulenti psichiatrici, in linea con le aspettative del magistrato. Federcontribuenti costituisce Finalmente Liberi, una commissione di inchiesta che si occuperà esclusivamente della questione dei bambini sottratti alle famiglie e dati in affidamento.
Intervista al Giudice del tribunale dei minori di Bologna, Francesco Morcavallo. E’ vero che dietro gli allontanamenti, le perizie e le casa famiglie, spesso, si nasconde uno spietato business? Conosce all’incirca la cifra spesa ogni anno dallo Stato? ”Quasi cinquantamila minori in istituto (termine rispondente alla realtà, in luogo degli pseudonimi ‘comunità‘ e ‘casa-famiglia’) non rispecchiano la realtà del problema della tutela dell’infanzia e dell’adolescenza; tanto più che, per la stragrande maggioranza, gli allontanamenti non sono motivati su fatti certi, ma su impressioni relative al carattere ed alla ‘adeguatezza’ (termine quantomai vuoto) delle persone nello svolgimento dei compiti familiari quotidiani ed in ragione delle difficoltà economiche delle famiglie, in realtà risolvibili mediante la concreta applicazione dei diritti sociali costituzionalmente garantiti (ma effettivamente negati da quelle stesse istituzioni pubbliche e para-amministrative che, in alternativa, perseguono il metodo della sottrazione dei minori dai contesti arbitrariamente qualificati come ‘inadeguati’). Si determinano così l’arbitrio e l’incertezza dei criteri di decisione, utili non soltanto a fini di autoritario controllo sociale, ma anche ad alimentare la circolazione di somme di denaro pubblico per circa due miliardi di euro ogni anno, che tiene vivo il mercato degli affidamenti e -insieme ad ingenti esborsi di denaro privato- quello delle adozioni.” Cosa ha da dirci sulla Pas? ”La così detta ‘p.a.s.’, sindrome immaginaria, i cui inventori e fautori si affrettano a proclamarne oggi a gran voce, in protocolli e linee-guida, l’assoluta inesistenza, ha costituito e costituisce ancora uno strumento utilissimo all’esercizio di quell’arbitrio in nome del quale le vite delle famiglie possono essere controllate ed il novero dei bambini da destinare al mercato degli affidamenti può essere continuamente alimentato. Il meccanismo è semplice e – applicato con la disonestà e l’ignoranza dominanti nell’ambito de quo- efficace: nella famiglia che, secondo l’impostazione autoritario-cattolica, si etichetta come ‘disgregata’, a) la madre è ‘inadeguata’ allo svolgimento del proprio ruolo perché formula accuse forse false nei confronti del padre del bambino; b) il padre è ‘inadeguato’ al svolgimento del proprio ruolo perché forse le accuse della madre sono fondate; c) inter litigatores e in attesa di fatti certi, il bambino è posto in sicurezza (e ‘in circolo di mercato’) mediante l’intrusione dell’accolita di amministratori, mediatori, psicologi ed esperti pronti a fornire (imporre) il ‘sostegno dell’autorità‘, nonché spessissimo mediante la collocazione ‘protetta’, cioè in istituto (privato, ovviamente). ” Secondo lei, quale dovrebbe essere il primo passo di Finalmente Liberi? ” Il primo passo dovrebbe coincidere con quello che è stato proprio anche di altre meritorie iniziative: descrivere la realtà in modo documentato e diffondere la descrizione stessa, anche sollecitando magistrati, avvocati, medici e psicologi affinché si dissocino dal distorto sistema. ” E’ vero o sono leggende, le storie che vedrebbero gravi abusi su minori, all’interno di alcune strutture private? ” Tra le strutture private adibite alla ricezione di minorenni ve ne sono molte malfunzionanti o addirittura ‘infernali’; altre (poche) sono gestite con cura e scrupolo. Il problema non si esaurisce nel controllo sulle strutture, ma nell’evitare il meccanismo perverso per cui queste diventino centri di smistamento di bambini che mai avrebbero dovuto essere sottratti alla famiglia. Che tipo di controlli vengono effettuati su queste strutture? Vero che molte sono di matrice opussiana? ” I controlli amministrativi sulle strutture predette sono del tutto inattendibili. Molte sono gestite da religiosi, molte altre da laici. In effetti, la contaminazione e l’etero-direzione del sistema giurisdizionale ed amministrativo minorile, soprattutto da parte dell’ ‘Opus Dei’, si attua non soltanto attraverso la gestione di istituti, ma anche e primariamente mediante la pervasiva e massiccia contaminazione della magistratura, specialmente di quella minorile, delle istituzioni di controllo sul sistema della giustizia, con particolare riguardo al C.S.M., nonché dell’amministrazione e del parastato. Del resto, il problema non è peculiare dell’ambito minorile, essendo ben noto che quella stessa organizzazione è assurta dalla fine degli anni Settanta del Novecento alla titolarità del soglio pontificio ed all’egemonia nel sistema creditizio e finanziario, nonché ininterrottamente dal 1992 al controllo del governo italiano ed alla predominanza in tutti gli schieramenti politici nazionali così detti ‘tradizionali’ (anche -ed anzi in special modo- in quelli riciclatisi dalla tradizione marxista all’esito degli eventi del 1989, attraverso la denigrazione e la sostanziale distruzione del partito e del movimento autenticamente socialisti -nell’ambito di metodi per l’acquisizione del potere cui, secondo quanto stanno chiarendo inchieste ormai decennali, avversate dai centri di potere politico e giudiziario, non sono rimasti estranei l’utilizzo di strutture associative occulte, la manipolazione dell’attività dei servizi segreti e l’alleanza con organizzazioni criminali consolidate-) ”. Per ciascuno minore si versa una quota di 100-150 euro al giorno, per un totale complessivo annuale di circa 1000 MILIONI di euro a carico della collettività ( fonte Osservatorio Nazionale Famiglie Separate – Gesef). Si dal varo della legge 285 del 1997 che stanzia annualmente centinaia di miliardi per garantire e tutelare i diritti dell’infanzia, si sono quintuplicati i centri di accoglienza, gestione e trattamento dei disagi minorili. Un’armata fatta di servizi sociali territoriali, migliaia di operatori formati e retribuiti con fondi pubblici, una schiera di avvocati e di psicologi, che non troverebbero altrimenti spazio sul mercato del lavoro professionale già saturo, traggono dalle conseguenze giudiziarie della conflittualità tra ex coniugi e del disagio minorile una inesauribile fonte di prosperoso guadagno. Temiamo che dietro gli enormi interessi economici che ruotano intorno alla “tutela del minore” possano celarsi lobbies di potere, serbatoi di voti, per un business che nulla ha a che vedere con la tutela dei minori.
Fonte: http://www.federcontribuentinazionale.it/blog/2013/07/17/intervista-shock-al-giudice-morcavallo-sullaffidamento-minorile/
venerdì 14 giugno 2013
Il totalitarismo
Il totalitarismo in Italia. CASO FORTETO
Sulla pelle dei figli d'Italia

Relazione alla Procura
Fonte:
http://www.quotidiano.net/file_generali/documenti/PDF/2013/01/relazione-finale.pdfRelazione finale inviata alla Procura
Sulla pelle dei figli d'Italia

Relazione alla Procura
Fonte:
http://www.quotidiano.net/file_generali/documenti/PDF/2013/01/relazione-finale.pdfRelazione finale inviata alla Procura
sabato 9 febbraio 2013
Gli interessi dei politici "pro-famiglia"
Trento, Maffioletti: per il PD meglio curare i genitori separati piuttosto che risolvere i loro disagi
Fonte: ADIANTUM
|
| Gabriella Maffioletti |
Trento. Finalmente la stampa ha iniziato ad accorgersi dell’annoso
problema dei genitori separati, soprattutto padri, che dopo la
separazione subiscono un notevole abbassamento del loro tenore di vita e
a volte finiscono in strada a dormire in macchina o in alloggi di
fortuna.
Fortunatamente la recente denuncia dell’associazione dei genitori
separati e del papà di Trento costretto a vivere in un appartamento di
32 metri quadrati non è passata inosservata, ma pochi sanno che questa
situazione era conosciuta ed è stata a lungo ignorata
dall’amministrazione. Direi di più, come ha detto qualcuno "a pensar
male si fa peccato ma spesso ci si indovina", e qui si potrebbe persino
pensare che la videnda sia stata caratterizzatada finalità
assistenzialistiche e clientelari.
In un articolo dell’8 febbraioè stato fatto notare che la Quarta
Commissione ha bocciato due disegni di legge a favore dei padri
separati. Pochi sanno però che un anno fa il consiglio comunale di
Trento ha bocciato un mio ordine del giorno che chiedeva di aiutare i
padri separati stipulando una convenzione con l’ITEA al fine di trovare
una casa dignitosa ai genitori non collocatari, tenendo conto del loro
reddito effettivo (è cioè anche degli alimenti, spese familiari, ecc.) e
della necessità di avere degli spazi decorosi per accogliere i figli.
L’ordine del giorno è stato osteggiato dall’Assessore Violetta
Plotegher e bocciato per due soli voti dai consiglieri Andreatta (il
sindaco), Calza, Di Camillo, Franceschini, Pedrini, Purin, Robol,
Salizzoni, Salvati, Santini, Scalfi, Serra, Trainotti: guarda caso tutti
consiglieri del Partito Democratico, eccetto il sindaco e Trainotti.
Ma perché il PD avrebbe dovuto bocciare il provvedimento? Nell’articolo
si fa notare che l’associazione dei padri separati è stata costituita
da un “ragazzo” che ha poi lasciato. In realtà a me risulta che questo
“ragazzo” (un padre separato con più di cinquant’anni) sia stato spinto a
dimettersi con sistemi alquanto spiacevoli. L’associazione è stata
appoggiata fin dall’inizio dall’Assessore Violetta Plotegher che era
persino presente al convegno di presentazione del 3 marzo 2012 presso il
cinema Vittoria, per poi successivamente bocciare, assieme a tutto il
suo partito, il mio ordine del giorno a favore dei padri separati
fortemente voluto dall’associazione.
Il problema è che l’associazione offre assistenza psicologica e legale,
ma se i genitori hanno una casa dignitosa e delle condizioni economiche
accettabili non avranno certamente bisogno né dello psicologo, né
dell’avvocato. Una domanda sorge spontanea: chi paga lo psicologo e
l’avvocato offerti dall’associazione? Forse questo “ragazzo” ha dovuto
andarsene perché non era d’accordo con la visione assistenzialista che
si voleva dare all’associazione?
La cosa è semplice: se noi sosteniamo economicamente i genitori
separati, essi non avranno bisogno dell’assistenza pubblica o delle
associazioni che erogano consulenze psicologiche. Se una persona è
soggetta alle costanti costrizioni e umiliazioni dovute al calo del
tenore di vita, al dover vedere i figli in un locali angusti, al dover
tornare a vivere con i genitori, ecc. alla fine potrebbe anche aver
bisogno dello psicologo. Ma se lo aiutiamo veramente risparmiamo sia in
termini di prestazioni psicologiche - o persino psichiatriche - sia in
termini di maggiori entrate derivanti da una persona produttiva che
lavora. E la persona sarà più felice. Ma forse così perdiamo i voti
degli psicologi e degli avvocati......
Ricordo una riunione dell’associazione dei padri separati a cui ho
partecipato in cui un padre diceva di essere stato aiutato dallo
psicologo perché adesso “non si arrabbiava più”: il motivo per cui si
arrabbiava non era stato risolto ma ora lo accettava.
Perché invece non risolvere il suo problema alla base?
Queste modalità non sono nuove nell’ambito della psichiatria.
Recentemente è uscito un articolo sul settimanale Der Spiegel. In questo
articolo si parla di una nuova malattia mentale “scoperta” dallo
psichiatra tedesco Michael Linden che si chiama “Disturbo post
traumatico da amarezza” per indicare le persone della Germania dell’Est
che dopo l’unificazione hanno perso il lavoro e la prospettiva di una
vita futura. Questo nuovo disturbo sarà incluso nel nuovo manuale
diagnostico e statistico della psichiatria, violentemente criticato da
più parti con l’accusa di aver incluso una miriade di nuove malattie per
aumentare i profitti delle industrie farmaceutiche. Peccatoche la prima
donna tedesca a cui è stata diagnosticata questa presunta malattia
abbia affermato: “dopotutto la migliore terapia sarebbe quella di
trovare un lavoro”.
Pertanto, risolvendo il problema alla radice che cosa succederebbe alla
pletora di psicologi, psichiatri, assistenti sociali, avvocati, ecc.
che lavorano con queste persone? E dove andrebbero a finire tutti quei
voti?
Concludo con due esempi. Il presidente della Quarta Commissione, Mattia
Civico, ha lavorato per anni nelle strutture psichiatriche e con le
associazioni assistenzialistiche e di volontariato trentine. Non a caso
la sua campagna elettorale è stata sostenuta fortemente da queste
associazioni e lui ha pescato principalmente in questo bacino di voti.
L’assessore Plotegher è stata eletta da questi ambienti
assistenzialisti e non a caso difende a spada tratta il sistema
assistenzialistico trentino anche di fronte alla possibilità di gravi
violazioni dei diritti umani dei bambini.
Senza il disagio sociale queste associazioni non avrebbero motivo di
esistere, ed ecco che alcune forze politiche hanno interesse, se non a
creare, perlomeno a mantenere questo disagio. Il tutto sulla pelle della
povera gente e soprattutto dei minori che alla fine risentono delle
problematiche dei genitori.
Forse ora ci spieghiamo perché il problema dei padri separati non è
ancora stato risolto dalla ricca Provincia Autonoma di Trento. Mi auguro
che alle prossime elezioni provinciali la gente abbia il coraggio di
votare per le persone che voglio veramente aiutare le famiglie
sottraendole da questo sistema clientelare.
Gabriella Maffioletti
consigliere comunale e delegata ADIANTUM
Fonte: Redazione
giovedì 3 gennaio 2013
Bambini in casa-famiglia Business da un miliardo all’annoBambini in casa-famiglia - Business da un miliardo all’anno

La Repubblica.it
del 29
aprile 2011 a
cura di Paolo Berizzi
In Italia sono ventimila
i minori ospiti di strutture. L'affare consiste nel prolungare i tempi di
permanenza. Solo un piccolo su cinque è affidato a coppie in attesa
Si chiamano Marinella,
Mirko, Daria, Luciano, Valentina. Altri hanno nomi di battesimo esotici o che
evocano genealogie di altri paesi europei (molto Est). Non si può nemmeno dire
che siano figli di un dio minore: sono figli di nessuno. Anzi: sono, diventano,
figli delle istituzioni. Dei servizi sociali. Dei
tribunali. Di una sentenza.
Entrano in una casa-famiglia da neonati e, sembra paradossale, a volte ci
restano fino a quando diventano maggiorenni. E per tutto quel tempo capita che
si chiedano perché non li affidano a una famiglia, visto che un nuovo padre e
una nuova madre si sono fatti avanti e non vedono l'ora di riempirli di affetto,
di amore. Può persino accadere che, una volta raggiunti i 18 anni, e uscito
dalla struttura in cui sei cresciuto, ti tocchi ritornare nella famiglia di
origine. Come se il tempo non fosse mai passato, o, peggio, inutilmente.
L'ESERCITO DI NESSUNO
In Italia ci sono oltre 20 mila
giovani - tra neonati, bambini e
ragazzi - ospitati da strutture di accoglienza. Sono istituti riservati a chi è
stato allontanato dai genitori naturali o non li ha proprio mai conosciuti. Solo
uno su cinque di questi ospiti viene assegnato (con adozione o affido) dai
tribunali alle famiglie che ne fanno richiesta (più di 10mila). È una media
bassissima, tra le più scarse d'Europa. Il motore che alimenta questa
"stranezza" italiana è una nebulosa dove le cause nobili lasciano il posto al
business e agli interessi di bottega. Ogni ospite che risiede in una
casa-famiglia
costa dai 70 ai 120 euro al giorno.
La retta agli istituti (sia religiosi sia laici) viene pagata dai Comuni. Soldi
pubblici, dunque. Erogati fino a quando il bambino resta "in casa".
Un giro d'affari che si aggira intorno a
1 miliardo di euro l'anno.
Tanto ricevono le oltre 1800
case famiglia italiane per mantenere le loro "quote" di minori. Ma un bambino
assegnato a una coppia è una retta in meno che entra nelle casse della comunità.
E così, purtroppo, si cerca di tenercelo il più a lungo possibile. La media è 3
anni. Un'eternità. Soprattutto se questo tempo sottratto alla vita familiare si
colloca nei primi anni di vita. Quelli della formazione, i più importanti per il
bambino.
Anche da qui si capisce
perché migliaia di coppie restano in biblica attesa che le pratiche per
l'adozione o l'affido si sblocchino. Poi ovviamente ci sono anche altri fattori,
la maggior parte dei quali legati alle lungaggini e alle complicazioni
burocratico-giudiziarie.
Da dove nasce questo
cortocircuito? Chi lucra sulla pelle di migliaia di bambini e adolescenti che
provengono da situazioni difficili, molto spesso drammatiche? "Il mondo degli
affidi e delle case famiglia sta attraversando un momento difficilissimo - dice
Lino D'Andrea, presidente di Arciragazzi, un'associazione nazionale che si
occupa di diritti dell'infanzia - . Ci sono situazioni che vanno ben oltre la
soglia della decenza e della dignità umana. Mi riferisco, in particolare, ai
casi più estremi. Che purtroppo sono diffusissimi. E cioè quei ragazzi
maggiorenni che usciti dagli istituti non sanno dove andare. Una cosa del genere
non dovrebbe essere tollerata. Perché è l'esatta negazione della funzione delle
case famiglia. La rappresentazione esatta di come l'obiettivo di una struttura
di accoglienza - che dovrebbe essere un luogo di transito, una specie di
"parcheggio" temporaneo in attesa dell'affido - può naufragare". A Napoli ci
sono due comunità di Arciragazzi. Altre tre erano a Palermo. Dopo mille
difficoltà, D'Andrea ha dovuto chiuderle. Perché? "Il Comune di Palermo non ha
mai pagato le rette (alla fine ammontavano a più di 750mila euro)" - spiega. In
pratica l'epilogo opposto rispetto a quanto accade in altri comuni e per altri
istituti, che campano proprio perché alimentati dal rubinetto dei fondi pubblici
(ultimamente un po' a secco per la mancanza di risorse dei Comuni). "I ragazzi
sono finiti tutti a casa mia. Uno l'ho anche preso in affidamento. L'alternativa
era la strada. Ma uno che
lavora coi ragazzi - con questi ragazzi - piuttosto che lasciarli in mezzo alla
strada se ne va lui di casa".
COME
PACCHI POSTALI
Il destino più comune per un
bambino che cresce in una casa famiglia è quello di diventare un pacco.
Sballottato di qua e di là, da una comunità all'altra. A volte i centri se li
contendono come merce preziosa. Perché con un minore "in casa" ogni giorno
piovono dal cielo rette da 70 euro a 120. Una "diaria" di cui si fa un utilizzo
non esattamente "pieno". Operatori laici o suore riescono a contenere le spese
facendole stare abbondantemente dentro la retta concessa dai Comuni. Quello che
resta diventa liquidità a disposizione della struttura (molte case famiglia
vengono mantenute con fondi messi a disposizione dal ministero della famiglia e
anche grazie a donazioni private).
Quante sono le case famiglia
in Italia? Chi controlla il loro operato, anche amministrativo? Le stime più
recenti parlano di oltre 1800 strutture distribuite da Nord a Sud. Con alcune
regioni - Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Sicilia - che raggiungono numeri più
consistenti (tra le 250 e le 300). Nonostante le casse (e i relativi
finanziamenti) di molti Comuni siano al verde, le case-famiglia sono in continuo
aumento. Il problema è che non esiste un monitoraggio. Si conosce pochissimo di
questi posti e di quello che accade all'interno. Numeri, casi, situazioni,
problemi, nella maggior parte dei casi vengono portati all'esterno solo grazie
alla sensibilità di qualche operatore e/o assistente sociale. Perché una banca
dati c'è ma è insufficiente e non esiste un vero censimento. Dopo che nel 2008 i
parlamentari Antonio Mazzocchi e Alessandra Mussolini (presidente della
commissione bicamerale per l'Infanzia) hanno lanciato un appello al ministro
della Giustizia, Angelino Alfano, e al presidente del consiglio Berlusconi, il
sottosegretario alla giustizia Casellati ha varato un database "all'italiana -
incalza Mussolini - perché riguarda solo le adozioni e non contempla anche i
casi, numerosissimi, di affido. La realtà è che aspettiamo ancora un censimento
vero e proprio e un adeguamento così come prevede la legge 149/2001"
(progressiva chiusura degli orfanotrofi, inserimento dei bambini nelle famiglie
attraverso lo strumento dell'affido, per arrivare gradualmente a un'adozione, o
all'inserimento dei minori nelle case famiglia).
L'ASSENZA DI CONTROLLI
E i controlli sui luoghi
dove i bambini vengono parcheggiati? Chi vigila sugli istituti che ospitano i
senza-famiglia? "Esistono centinaia di enti e associazioni no profit che hanno
il compito di rilevare la statistica esatta del numero dei bambini in attesa e
degli adottandi-affidandi. Ma nessuno è in grado di fornire numeri esatti".
Risultato: ancora oggi non esiste un monitoraggio attendibile. "Cerchiamo di
raccogliere più dati possibili - dice Francesca Coppini, dell'Istituto degli
innocenti di Firenze (tre strutture residenziali per piccoli da
0 a
6 anni, mamme e gestanti) - ma è tutt'altro che facile in mancanza di una vera
organizzazione da parte delle istituzioni".
Buio pesto anche sul fronte
delle verifiche. "Lo Stato paga le comunità ma nessuno chiede alla comunità una
giustifica delle spese - aggiunge Lino D'Andrea - . Sarebbe utile che ogni
casa-famiglia rendesse pubblica le modalità con cui vengono utilizzati i fondi:
quanto per il cibo, quanto per il vestiario, quanto per gli psicologi o le varie
attività. Il punto è che, in assenza di informazioni, i bambini stanno in questi
posti e nessuno gli fa fare niente. Non crescono, non vivono la vita, non
incontrano amici, non fanno sport né gite".
Il numero di bambini senza
famiglia è oscillato negli ultimi anni tra i 15mila e i 20mila. Oggi sembra
essersi assestato intorno alla sua punta massima. Ma il controllo dei "flussi" è
anche un problema legato alla sicurezza (adescamento, pedofilia).
C'è anche un problema di
competenze. Sull'infanzia ci sono troppe deleghe sparpagliate tra vari ministeri
(Pari opportunità, Lavoro, Giustizia, Gioventù) e anche senza portafogli. Con il
risultato che, non essendoci un unico soggetto che si occupi di infanzia
abbandonata, si finisce per trovarsi di fronte una nebulosa in mezzo alla quale
si capisce poco e niente.
Gli orfanotrofi non sono
ancora scomparsi del tutto. Alcuni sono stati convertiti in case-famiglia: anche
due o tre comunità nello stesso edificio. Una per piano. Poi le altre storture.
Nel libero mercato delle comunità per minori abbandonati, c'è chi, per essere
competitivo, abbatte la diaria giornaliera fino a ridurla a 30-40 euro.
Teoricamente più la abbassi e più bambini riesci a far confluire nella tua
struttura attraverso l'input dei servizi sociali che, a cascata, agiscono su
indicazione del tribunale.
Altra nota dolente, i
tribunali. Solo nel tribunale di Milano, ogni anno si accumulano 5mila fascicoli
relativi a famiglie disagiate con a carico almeno un minore. "I magistrati non
riescono a seguire la pratiche perché i ragazzi raramente sono seguiti dal
territorio di competenza - ragiona un operatore dell'infanzia - . La maggior
parte sono parcheggiati in un posto senza che nessuno lo segua davvero".
Le storie che vengono a
galla compongono un campionario da fare accapponare la pelle. Ma se si prova a
restare lucidi, si capisce come ogni vita congelata o sfilacciata, ogni odissea
che abbia per protagonista un bambino "di nessuno" si deposita sullo stesso
fondo di mala amministrazione. "Le case-famiglia sono una risorsa importante per
il reinserimento del minore - spiega l'avvocato Andrea Falcetta, di Roma - ma la
permanenza di un bambino va gestita con cura e deve rispondere a un unico
criterio: trovargli il prima possibile una collocazione familiare".
Paolo ha compiuto 18 anni
dentro un istituto dell'Aquila. La responsabile, una suora, quando Paolo era
adolescente, sostiene e favorisce per un anno gli incontri con una coppia con
due figli, di cui uno adottivo. A legame consolidato, la coppia si offre per
l'affidamento di Paolo, la suora cambia idea e il tribunale nega l'affidamento.
Ora, con la maggiore età, è la stessa famiglia ad occuparsi del ragazzo.
Brescia. Monica, 7 anni, subisce molestie dal padre; la mamma si rivolge al
tribunale e ai servizi sociali: i quali decidono di mettere la bambina in un
istituto punendo anche la madre. Una bambina di Lecce viene strappata ai
genitori accusati di non nutrirla abbastanza perché vegetariani. la famiglia
resta in una comunità per quasi un anno. la madre è autorizzata a stare con la
bambina nell'istituto di suore, per essere "rieducata" dagli assistenti sociali.
La signora testimonia che nei lunghi e numerosi colloqui con gli educatori non
si è mai parlato delle possibili problematiche della bambina ma le domande che
le venivano poste riguardavano solo i suoi rapporti sessuali con il marito.
Oggi, riottenuta la figlia dal tribunale, genitori e bambina sono emigrati
felicemente in Svizzera. Roma. Il tribunale affida Daria, 4 anni, ai servizi
sociali e questi la indirizzano in un "centro di aiuto" contro la volontà dei
genitori (gli esami escludono ogni tipo di violenza sulla bambina). Tuttavia
sono gli stessi genitori a chiedere all'Asl un'insegnante di sostegno visto il
lieve ritardo psichico di cui soffre la bambina. Ricusato
il consulente del tribunale e nominato uno nuovo, emerge infine che i problemi
di Daria erano dovuti ad una sofferenza da parto (mancanza di ossigeno per
qualche istante) e che dunque avevano natura medica e non psicologica: dopo 8
mesi di casa famiglia la bambina viene rimandata a casa dal tribunale. Bologna.
M. e C. sono sposati, abitano in periferia, redditi non fissi, lui operaio in
nero. Hanno un bimbo di 8 anni. Vengono dichiarati decaduti della potestà
genitoriale a causa di un procedimento nato dalla denuncia di due maestre: "Il
bambino sa troppe cose riguardo alla sessualità". Era accaduto che il bambino si
era alzato, era andato in salotto dove il padre stava guardando un film
pornografico. L'uomo, secondo gli assistenti sociali, aveva manifestato
un'assenza totale di autocritica rispetto all'episodio e si era sollevato da
ogni responsabilità; mentre davanti al giudice aveva ammesso "aveva solo2-3
anni, pensavo non capisse. Credo ora di avere sbagliato". Ricoverato in una
comunità, il bambino è stato poi dichiarato adottabile (è in attesa di una
famiglia da quasi due anni) nonostante la zia materna (sposata e con figli)
avesse presentato invano istanze per ottenerne l'affidamento e scongiurarne
l'adozione. Strappati agli affetti e spremuti nella crescita. Così va la vita
dei figli di nessuno.FOnte: www.repubblica.it
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