sabato 6 maggio 2017

Vi ordino di andare in psicoterapia (M.Pingitore)

https://www.psicologiagiuridica.eu/vi-ordino-andare-psicoterapia/2017/04/24/

Vi Ordino di Andare in Psicoterapia


Troppo spesso i CTU – Consulenti Tecnici di Ufficio – “prescrivono”, nelle conclusioni peritali, percorsi di psicoterapia e/o sostegno psicologico alla coppia genitoriale conflittuale nell’ambito di una separazione giudiziale.
Il Giudice, recependo le conclusioni del suo Consulente, “ordina”, “prescrive”, “impone” una psicoterapia e/o un sostegno genitoriale ad entrambi i genitori con l’obiettivo di far cambiare idea ad uno o all’altro genitore o ad entrambi in nome della tutela del loro figlio minore. In pratica, “andate in psicoterapia, così cambiate, litigate meno e vostro figlio starà meglio”.
Solo cinque domande:
#1 si può essere obbligati ad intraprendere una psicoterapia se non si è motivati e senza consenso informato?
#2 si può imporre una psicoterapia con il fine di far cambiare idea ad una persona, dietro minaccia (se non cambi idea, potresti perdere l’affidamento del figlio)?
#3 il soggetto maggiorenne è libero di autodeterminarsi e di scegliere liberamente se fare una psicoterapia e, in caso, di scegliersi il professionista, se pubblico o privato, l’approccio ecc.?
#4 lo psicoterapeuta può scegliere liberamente di non accettare la coppia genitoriale o di sospendere la psicoterapia dopo qualche incontro? Può il professionista farsi un’idea diversa da quella del Tribunale, ad esempio ritenendo i genitori “non trattabili”?
#5 e se non sono trattabili, è “responsabilità” dello Psicoterapeuta, dell’approccio psicoterapico o della coppia scarsamente motivata? Il Giudice (o i Servizi Sociali) lo vuole sapere.
Ma si può imporre un trattamento sanitario ad un soggetto adulto?
Decisamente no. Lo spieghiamo in un articolo, accettato per la pubblicazione su ilFamiliarista.it di prossima pubblicazione, a cura di Camerini G. B., Pingitore M., Lopez G.: Si può prescrivere una psicoterapia alla coppia genitoriale?
In attesa dell’articolo, di seguito vengono riportati gli articoli del Codice Deontologico degli Psicologi che sostanzialmente impediscono l’obbligo di una psicoterapia/un sostegno psicologico nei confronti di soggetti adulti.
Ma iniziamo con la Costituzione, art. 32 co. 2:
Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge.
Anche recentemente la Cassazione ha confermato tale diniego.
Maggiori informazioni tramite questo tag.
Ecco gli articoli del Codice Deontologico:
Articolo 4
Nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità. Lo psicologo utilizza metodi e tecniche salvaguardando tali principi, e rifiuta la sua collaborazione ad iniziative lesive degli stessi. Quando sorgono conflitti di interesse tra l’utente e l’istituzione presso cui lo psicologo opera, quest’ultimo deve esplicitare alle parti, con chiarezza, i termini delle proprie responsabilità ed i vincoli cui è professionalmente tenuto.In tutti i casi in cui il destinatario ed il committente dell’intervento di sostegno o di psicoterapia non coincidano, lo psicologo tutela prioritariamente il destinatario dell’intervento stesso.
Articolo 6
Lo psicologo accetta unicamente condizioni di lavoro che non compromettano la sua autonomia professionale ed il rispetto delle norme del presente codice, e, in assenza di tali condizioni, informa il proprio Ordine. Lo psicologo salvaguarda la propria autonomia nella scelta dei metodi, delle tecniche e degli strumenti psicologici, nonché della loro utilizzazione; è perciò responsabile della loro applicazione ed uso, dei risultati, delle valutazioni ed interpretazioni che ne ricava. Nella collaborazione con professionisti di altre discipline esercita la piena autonomia professionale nel rispetto delle altrui competenze.
Articolo 11
Lo psicologo è strettamente tenuto al segreto professionale. Pertanto non rivela notizie, fatti o informazioni apprese in ragione del suo rapporto professionale, né informa circa le prestazioni professionali effettuate o programmate, a meno che non ricorrano le ipotesi previste dagli articoli seguenti.
Articolo 18
In ogni contesto professionale lo psicologo deve adoperarsi affinché sia il più possibile rispettata la libertà di scelta, da parte del cliente e/o del paziente, del professionista cui rivolgersi.
Articolo 24
Lo psicologo, nella fase iniziale del rapporto professionale, fornisce all’individuo, al gruppo, all’istituzione o alla comunità, siano essi utenti o committenti, informazioni adeguate e comprensibili circa le sue prestazioni, le finalità e le modalità delle stesse, nonché circa il grado e i limiti giuridici della riservatezza. Pertanto, opera in modo che chi ne ha diritto possa esprimere un consenso informato. Se la prestazione professionale ha carattere di continuità nel tempo, dovrà esserne indicata, ove possibile, la prevedibile durata.
Articolo 27
Lo psicologo valuta ed eventualmente propone l’interruzione del rapporto terapeutico quando constata che il paziente non trae alcun beneficio dalla cura e non è ragionevolmente prevedibile che ne trarrà dal proseguimento della cura stessa. Se richiesto, fornisce al paziente le informazioni necessarie a ricercare altri e più adatti interventi.
Articolo 39
Lo psicologo presenta in modo corretto ed accurato la propria formazione, esperienza e competenza. Riconosce quale suo dovere quello di aiutare il pubblico e gli utenti a sviluppare in modo libero e consapevole giudizi, opinioni e scelte.

La psicoterapia (nella realtà). (M.Pingitore)

https://www.psicologiagiuridica.eu/consenso-informato-obbligato-alla-psicoterapia-le-coppie-genitoriali/2017/04/30/


Cassazione: stop ai "percorsi" psicoteraputici

Secondo la sentenza della Corte di Cassazione  n. 13506 del 2015  il Giudice non può imporre ai genitori immaturi percorsi psicoterapeutici individuali e di coppia. Infatti la Cassazione ha affermato che “la prescrizione ai genitori di sottoporsi ad un percorso psicoterapeutico individuale e a un percorso di sostegno alla genitorialità da seguire insieme è lesiva del diritto alla libertà personale costituzionalmente garantito e alla disposizione che vieta l’imposizione , se non nei casi previsti dalla legge, di trattamenti sanitari”.
Ed infatti , in base a tale sentenza,  tale  tipo di prescrizioni   viola sia il principio della libertà personale tutelato dalla Costituzione , sia   l’art. 32 secondo comma della stessa , atteso che  finisce per condizionare  comunque le parti ad effettuare  un trattamento sanitario.
Pertanto la Cassazione revoca  la disposizione impartita dalla Corte di Appello di Firenze  a una coppia di genitori di sottoporsi a un percorso psicoterapeutico onde realizzare la propria maturità personale, rilevando che  una simile decisione  non può che rientrare esclusivamente  nell’ambito del  loro diritto di autodeterminazione, che non può subire condizionamenti e  imposizioni di qualunque sorta.
Pertanto secondo la suprema Corte , sebbene una simile prescrizione  possa essere ritenuta dal Giudice  come extrema  ratio per aiutare la coppia a formarsi  quali idonei  genitori,  non  si può decidere  di impartirla loro , a titolo di invito, ma ,  di fatto,  a mò di  un trattamento sanitario obbligatorio in difformità a quanto sancito dall’art. 32 della nostra Costituzione.
E sostiene ancora la Corte che la finalità di un  simile percorso psicoterapeutico-  che  deve rimanere estraneo al giudizio-   è quella  di realizzare una crescita e maturazione personale genitoriale  ed attiene esclusivamente alla sfera del  diritto di autodeterminazione dei singoli genitori.
Successivamente a questa sentenza della Suprema Corte  abbiamo delle sentenze di merito, sia del Tribunale di Roma che di quello di Milano che se ne  discostano alquanto  , cercando di fornire una interpretazione delle prescrizioni psicoterapeutiche ai genitori , che si distacchi da una mera imposizione od obbligo che li possa tacciare di anticostituzionalità.
La prima sentenza è quella del Tribunale di Milano del  15 luglio 2015 ( Pres. Servetti , Est. Rosa Muscio).  Nel caso di specie una ctu aveva evidenziato che nella coppia genitoriale sussisteva una inadeguata capacità di “cogliere nel profondo le emozioni della figlia e di rispondere ad esse in maniera appropriata”, paventando che la minore si stesse evolvendo verso una struttura di personalità problematica. Per superare le criticità genitoriali e la loro situazione personologica,  il Tribunale indicava al padre e alla madre della minore  un percorso di supporto  genitoriale .
A tal uopo il Tribunale di Milano, citando preliminarmente la sopracitata sentenza della Corte di Cassazione , onde giustificare la propria decisione difforme, sosteneva che non intendeva  imporre ai genitori tale supporto, ma semplicemente li onerava di ciò, argomentando che il Collegio, nell’interesse preminente della prole, segnalava alle parti la necessità di intraprendere determinati percorsi di supporto personale anche di tipo terapeutico .
E il Tribunale ancora  afferma che la libertà personale di autodeterminazione e di scelta sulla propria salute di chi è genitore incontra pur sempre un limite nel diritto del figlio minore ad una sana e consapevole crescita, diritto di rango anche questo costituzionale , garantito, altresì, da convenzioni comunitarie ed internazionali e che  , quindi , il Tribunale deve tutelare.
Pertanto  il Collegio sostiene che si tratta di un “invito rivolto ai genitori, che, per quanto rimesso alla libertà di scelta dell’adulto genitore, è pur sempre in funzione della tutela dell’interesse e dell’equilibrio psicofisico  del figlio minore e potrà avere delle conseguenze per il genitore non responsabile tutte le volte in cui le sue libere legittime scelte si traducano in comportamenti pregiudizievoli per il figlio”  E qui il tribunale di Milano cita gli articoli 337 ter c.c. e 333 c.c. per evidenziare in maniera esplicita i provvedimenti che nel caso di specie potranno essere adottati nei confronti de genitori che non ottemperino all’invito effettuato dal Collegio giudicante.
Una successiva pronuncia della prima sezione civile del Tribunale di Roma del 13 novembre 2015 ( Pres. Mangano, rel. Galterio) prescrivendo un percorso terapeutico ad una coppia genitoriale problematica, dichiara che la prescrizione terapeutica si traduce nel caso di specie nell’unico strumento disponibile da parte del giudice per il superamento della conflittualità genitoriale , affinché sia garantita l’equilibrata crescita del minore, nel rispetto del suo diritto alla bigenitorialità. Sostiene il Tribunale che, benché sia consapevole del diverso orientamento della Cassazione , non crede che tale disposizione sia in contrasto con i dettami costituzionali , atteso che si tratta di un “onere” e che pertanto , essendo prevista nell’interesse dello stesso onerato, non è obbligatoria ed è  priva di conseguenze sanzionatorie personali , nel caso in cui rimanga inattuata, “ricadendone semmai gli effetti sul regime di affido..”nell’interesse preminente di una sana crescita del minore.
Recentissimo è poi il decreto del Tribunale di Milano sez. IX  dell’11 marzo 2017 ( Pres. Amato , est. G. Buffone). Con tale provvedimento viene prescritto alla coppia genitoriale un percorso di sostegno e di cura nell’esclusivo interesse della figlia minore. Nel caso che ci occupa la bambina aveva assunto come proprio il pensiero materno dicotomico, dove sul padre veniva riversata ogni colpa, mentre la madre era esente da ogni responsabilità.
Assume il Collegio “la situazione attuale di figlia  può ricondursi anche alla attuale situazione della madre, la quale all’esito degli accertamenti , è emerso accusare  un deficit di mentalizzazione e una distorta lettura della realtà. Causa centrale del rifiuto della bambina  e dell’immagine rigidamente negativa che figlia ha del padre è la madre che , consciamente o inconsciamente, ha inevitabilmente e costantemente trasmesso alla figlia i propri distorti convincimenti negativi, paurosi e pericolosi sulla figura paterna..”  E allora il Tribunale afferma che è necessario procedere a prescrizioni psicoterapeutiche e di sostegno per i due genitori. A tal uopo , citando la sentenza della Corte di Cassazione del 2015 che ha sostenuto essere inammissibili le prescrizioni rivolte ai genitori, nonché le sopracitate sentenze di merito del Tribunale di Milano e di quello di Roma, alle quali ultime aderisce il Collegio giudicante, afferma che la libertà di autodeterminazione e di scelta sulla salute del genitore, sebbene afferenti a diritti di rango costituzionale, trovano però il limite nel diritto del minore ad un percorso di  sana e matura crescita, anche questo diritto di rango costituzionale , altresì tutelato da convenzioni comunitarie ed internazionali e che è “compito del tribunale in ogni caso assicurare attraverso provvedimenti incidenti sull’esercizio e/o sulla titolarità della responsabilità genitoriale. Ciò nella misura  in cui interventi di supporto  anche di tipo terapeutico potrebbero consentire, se seguiti , ad uno o ad entrambi i genitori di superare le proprie fragilità e criticità personali e di conservare integra la propria responsabilità genitoriale”.
Anche tale decreto, come i due precedenti provvedimenti di merito citati, fa rilevare che si tratta comunque di un invito e non di un obbligo imposto alla coppia genitoriale, però si sottolinea che , sebbene sia un invito giudiziale rimesso alla libertà di scelta del genitore, è pur sempre finalizzato all’equilibrio psicofisico e all’interesse preminente del figlio minore e, pertanto, può avere serie conseguenze per il genitore che non accoglie tale invito tutte le volte in cui le sue “libere legittime scelte si traducano in comportamenti pregiudizievoli per il figlio “ , con tutte le conseguenze ex artt, 337 ter c.c. e 333 c.c..
In  particolare la madre alienante veniva invitata ad effettuare interventi di supporto psicologico –psichiatrico ,oltre che di supporto alle genitorialità insieme con l’altro genitore, al fine di eliminare la dispercezione delle realtà che aveva  e prendere così coscienza delle proprie difficoltà personali e dei  distorti convincimenti sull’ex coniuge, dando così una realistica lettura alla minore della figura paterna . In difetto, la figlia minore, già affidata al comune di residenza, sarebbe stata collocata dall’ente affidatario in ambiente protetto e tolta alla madre.
Orbene una riflessione sorge spontanea: certamente è lodevole il fine ultimo dell’interesse preminente dei minori quale principio motore che conduce a  disporre per i genitori un percorso psicoterapeutico, ma ci si domanda se poi tale obiettivo in verità si raggiunga sul serio,  atteso che  i genitori intraprendono tale iter spesso, senza esserne motivati ,ma solo perché  sollecitati dal Tribunale, temendo di perdere l’affidamento, il collocamento della prole se non addirittura l’esercizio della responsabilità genitoriale.

E poi , anche motivato dall’interesse preminente dei minori, sia che sia invito, onere, o altro, in ultima analisi, nella sostanza, tale prescrizione  dai genitori viene vissuta e sentita sempre come un obbligo sotto minaccia della sanzione di perdere il collocamento o l’affidamento della prole e, pertanto, in concreto , diventa l’impartizione di una sorta di trattamento sanitario obbligatorio in difformità dell’art. 32 secondo comma della nostra Costituzione.

Come sostiene la Cassazione  il percorso di maturazione  personale dei genitori e la loro assunzione di responsabilità consapevole in tanto potrà aversi in quanto liberamente avviata , affidata al loro diritto imprescindibile di autodeterminazione; se non sarà intrapreso liberamente, raramente potrà condurre a risultati positivi ed efficaci nel tempo.
Avv. Margherita Corriere
Presidente Sez. Distrettuale AMI di Catanzaro

Fonte: http://www.ami-avvocati.it/prescrizioni-ai-genitori-di-percorsi-terapeutici-individuali-e-di-coppia-dopo-la-sentenza-della-corte-di-cassazione-n-135062015/

mercoledì 3 maggio 2017

Il business di chi "aiuta": il caso a Napoli.

Napoli, bambini in cambio di fondi. Inchiesta sulle case famiglia. di Fabio Nestola


Napoli, bambini in cambio di fondi. Inchiesta sulle case famiglia. di Fabio Nestola







Brutta fama, quella dei Servizi Sociali. Ladri di bambini,  il braccio armato del sequestrificio, sequestri di stato, bambini venduti, bambini come merce di scambio …, queste sono alcune delle definizioni  che la stampa riporta in occasione di inchieste che talvolta sollevano quel coperchio che non deve essere sollevato.
A Napoli, in azione gli agenti della polizia municipale del comandante Sementa: sequestrati atti negli uffici comunali. L'assegnazione dei minori veniva pilotata dai funzionari pubblici a favore di alcune strutture che lucravano sui finanziamenti Bambini usati come merce di scambio per lucrare sui fondi del Comune di Napoli destinati all'accoglienza residenziale dei minori.
Questo il sistema criminale che emerge dalle indagini della polizia municipale, coinvolti funzionari del Comune, impiegati delle Politiche Sociali, titolari di case famiglia della città.

Sono anche le teorie che serpeggiano in rete su centinaia di siti, bolg e pagine FB, vengono ripetute nei convegni e nelle manifestazioni, ricorrono nei libri e negli articoli sull’argomento.
Forse non è sempre così,  forse gli interessi economici non sempre prevalgono sugli interessi delle famiglie e dei minori, forse esistono anche buone prassi, forse esistono casi risolti positivamente, forse quella dei Servizi è una fama immeritata.
Forse.

Resta il fatto che decine di migliaia di bambini ogni anno finiscono nel tritacarne, strappati ad uno o entrambi i genitori per alimentare il mercato delle strutture di accoglienza. Perché di mercato si tratta:  sia chiaro che un bambino non entra in casa famiglia a titolo gratuito.
Di contro c’è la difesa dei Servizi stessi, secondo la quale il Sistema lavora sempre al meglio, le operatrici sono sottopagate ed oberate di lavoro a causa della carenza di organico, l’unico focus è l’interesse dei minori, togliere i bambini alle famiglie è solo l’estrema ratio quando null’altro è possibile.
Ok, ma questa estrema ratio riguarda decine di migliaia di famiglie ogni anno, centinaia di migliaia negli ultimi anni. Il tipico genitore italiano è maltrattante per DNA e non ce ne siamo accorti?
In altra data abbiamo affrontato, sempre sulle pagine di Adiantum, il tema della trasparenza sui criteri di collocazione dei minori in istituto, il peso determinante dei Servizi per togliere i bambini alle famiglie,   l’opposizione dei servizi alle videoregistrazioni degli incontri con adulti e minori presi in carico.
Ora vediamo come un caso concreto, uno dei tanti, solleva legittimi dubbi sulle dinamiche che trascinano i bambini fuori dalla famiglia.
Agosto 2013, litorale tirrenico. Un bambino che chiameremo Mario viene accompagnato al Pronto Soccorso di un piccolo centro poiché ha incautamente stuzzicato un alveare ed è pieno di punture.
Il PS non è attrezzato al meglio e suggerisce il trasferimento ad altro ospedale. Il bambino viene accompagnato dal 118 in una cittadina più grande, con un ospedale migliore, ove viene confermata la diagnosi (dermatosi infiammatoria), trattata con Bentelan. 
Il mese successivo Mario è stato tolto alla madre, che chiameremo Anna, con la motivazione di percosse da persona nota. Collocato in una struttura protetta, potestà sospesa alla madre, vietato qualsiasi tipo di incontro anche in modalità protetta.
Come si è potuti arrivare a tanto?
Semplice, basta costruire una versione distorta dei fatti. Il provvedimento del  TdM motiva la misura protettiva col fatto che si sarebbe presentata spontaneamente l’assistente sociale di un Comune nel quale la famiglia non vive più, sostenendo di “aver saputo” che:
  • il bimbo era andato in ospedale per curare i sintomi di percosse (falso 1)
  • il convivente della madre, che chiameremo Giovanni, non aveva accettato la diagnosi (falso 2)
  • Giovanni aveva portato via il bimbo per condurlo in un altro ospedale ( falso 3) e farlo refertare diversamente.
Falso 1 - il referto del PS smentisce la versione dell’assistente sociale, sia la prima che la seconda struttura sanitaria hanno riscontrato sul bambino esiti di punture d’insetto e non di schiaffi, calci, cinghiate etc.
Falso 2 – Giovanni non si è opposto a nulla ne’ avrebbe potuto farlo, semplicemente perché era altrove. Aveva accompagnato la madre di Mario - guardacaso -  proprio nello stesso ospedale ove il bambino è stato trasferito in ambulanza. Infatti, non essendoci ne’ la madre ne’ il convivente, Mario dopo l’assalto delle api è stato accompagnato al PS da un’amica di famiglia.
Falso 3 - per lo stesso motivo  (non era fisicamente presente) Giovanni non ha condotto Mario nel secondo ospedale, ove il bimbo è giunto tramite 118 come da referto.
Come mai tali e tante falsità? Basta leggere i referti che smentiscono clamorosamente l’assistente sociale, non li ha visti prima di partire a testa bassa col suo maldestro “ho saputo che”?
E soprattutto, non li ha letti nemmeno il giudice che ha accettato acriticamente la versione della testimone spontanea?
Inoltre l’assistente sociale dichiara che il bambino ha un aspetto trascurato, va a scuola con le scarpe rotte e generalmente malvestito, sporco, malnutrito.
Curioso però che la solerte assistente sociale si preoccupi di denunciare l’incuria quando ormai il bambino e la sua famiglia non vivono più da 10 mesi nel Comune ove ella esercita. Presso quale scuola avrebbe riscontrato le scarpe rotte e tutto il resto, visto che Mario da mesi è altrove?
Torniamo ai referti di PS.
L’avvocato della famiglia voleva vedere come ci si fosse arrampicati sugli specchi pur di togliere il bimbo alla madre, ma non ha avuto accesso immediato agli atti.  Passano i giorni, passano le settimane, il fascicolo “è su dal PM”, poi “è sceso ma non si trova”,  poi “provi a telefonare la prossima settimana” … intanto Mario langue in casa famiglia.

Si può sapere da dove salta fuori il referto di percosse citato nel provvedimento del TdM?
Alla fine il fascicolo si trova ed ecco la sorpresa degna di Carramba! Il referto di percosse esiste davvero! Peccato che la madre non ne sappia nulla, Mario è stato portato al PS a sua insaputa.
Da chi?
Ma è ovvio, dai Servizi Sociali del nuovo comune di residenza della famiglia, che hanno organizzato un centro estivo ed ogni mattino prima delle 8 prelevano Mario da casa e lo portano al mare con altri bambini.
Quindi esce dal cilindro un referto del mese di luglio, quando il bambino alle 9,45 viene accompagnato al PS del solito piccolo centro. La diagnosi è percosse, ma il piccolo PS invia il bambino presso una struttura pediatrica.
Curioso, ma nel fascicolo non c’è traccia del referto di questa fantomatica struttura pediatrica.
Conferma le percosse?
Ha diagnosticato qualcosa di diverso dalle percosse?
Che terapia ha somministrato? È compatibile con le percosse o serve a curare altro?
Oppure Mario non vi è mai stato accompagnato perché il primo referto era sufficiente?
Ancora: per quale motivo nessuno ha riscontrato segni di percosse alle 8, al momento di prelevare Mario da casa, mentre i segni sono comparsi un’ora e mezza dopo?
Cosa è accaduto fra le 8 e le 9,45?
È stato picchiato da un adulto? Se si, da chi, visto che la madre ed il convivente erano altrove?
Una semplice zuffa tra bambini, con deficit di sorveglianza da parte di chi avrebbe dovuto farlo?
Per quale motivo il bambino è stato immediatamente dimesso e non è stato detto nulla alla madre?
Per quale motivo al rientro a casa i segni di percosse non c’erano più?
Oppure le percosse non ci sono mai state, Mario aveva i soliti gonfiori da punture d’insetto che spariscono in due ore?
Poi si verifica una coincidenza che le AASS non potevano prevedere: 4 giorni dopo la corsa in ospedale per percosse , è il compleanno di Mario.
C’è la festicciola, con tanto di torta e foto. È luglio, Mario nelle foto appare senza maglietta e non c’è traccia (ne’ sul viso, ne’ sulle braccia o sul corpo) degli evidenti segni di percosse che hanno costretto le operatrici a precipitarsi in ospedale.
I lividi impiegano 8/10 gg a sparire, seguono un riassorbimento naturale che fa cambiare colore all’edema (dal nero, al blu/verde, al giallo), ma sicuramente dopo 4 gg nessun bambino può avere la pelle rosea che Mario mostra in foto. Cosa significa?
La zelante assistente sociale, sempre colei che senza essere convocata da nessuno si è spontaneamente presentata al TdM per far nascere l’allarme, dichiara inoltre di “avere saputo” che sono intervenuti anche i Carabinieri. Ulteriore dato: il verbale dei CC nel fascicolo non esiste.  
L’assistente sociale del vecchio Comune di residenza dice che Mario sta malissimo con la madre, viene picchiato, va a scuola in condizioni pessime senza peraltro vederlo a scuola da 10 mesi.
L’assistente sociale dell’attuale Comune di residenza  porta il bambino al PS senza dire nulla alla madre, ne’ prima ne’ dopo. Anche al centro estivo dicono che Mario è picchiato, malnutrito, trascurato.
Che ci sia un disegno comune che collega le due iniziative?
Ma nooooo, non bisogna pensare male, i Servizi Sociali non avrebbero alcun interesse a pilotare le decisioni del TdM verso la cancellazione della figura materna a favore di un istituto prima e di una famiglia affidataria poi.
Nemmeno se il provvedimento del TdM viene notificato, oltre che alla madre di Mario, anche a due signori che si propongono come affidatari. Non è che per caso, e dico per caso, questa vicenda finirà per alimentare la teoria del “sequestro di stato”? Oppure Mario veniva realmente pestato e - unica misura possibile - doveva essere sradicato dalla famiglia?
Se ne stanno occupando medici legali ed avvocati, qualcuno dovrà dare parecchie spiegazioni. Per ora la vicenda è in itinere, aggiorneremo i lettori sugli sviluppi.

Fonte: http://www.adiantum.it/public/3451-napoli,-bambini-in-cambio-di-fondi.-inchiesta-sulle-case-famiglia.-di-fabio-nestola.asp

martedì 28 febbraio 2017

Aborto: in Uruguay storica sentenza pro paternità

Perché sull’aborto il padre non deve mai avere voce in capitolo?
La cultura femminista che ha portato all’approvazione della varie legislazioni abortiste, come la nostra in Italia, si fonda tutta sullo slogan “noi partoriamo e noi decidiamo“.
Peccato però che i figli si fanno sempre in due. E se è vero che molte volte le donne vengono lasciate sole e abbandonate da uomini irresponsabili e vigliacchi che prima si divertono e poi scappano, è altrettanto vero che vi sono situazioni in cui il padre vuole tenere il bambino e la madre no.


 

È quanto accaduto in Uruguay, dove nei giorni scorsi, per la prima volta, un tribunale ha emesso una sentenza storica a favore del diritto alla vita e, potremmo dire, della paternità.

Si è infatti verificato il caso di una donna che, rimasta incinta, voleva sbarazzarsi del bambino, ritenuto evidentemente un grumo di cellule, un’escrescenza del proprio corpo e non – come invece la scienza stessa dimostra – un’altra persona, con una vita sua. Ebbene, di fronte all’imminente aborto, il padre del piccolo si è opposto. E per convincere la compagna le ha promesso che si sarebbe preso cura di lei e del bambino e, se proprio non avesse voluto saperne, avrebbe provveduto da solo al figlio. L’importante era non ucciderlo: l’aborto infatti, oltre ad eliminare un bambino, comporta gravi problemi non solo alla mamma, ma pure ai padri, anche se questo non viene mai ricordato.

La donna non ha cambiato idea e allora l’uomo è ricorso alla giustizia. E, incredibile a dirsi in questi tempi, il giudice (una donna, Pura Book, della città di Mercedes) gli ha dato ragione. Le motivazioni della sentenza sono davvero piene di buon senso e ci rincuorano.
Si dice ad esempio che il bene supremo è la protezione dell’inalienabile diritto alla vita, superiore a qualsiasi altro diritto, anche di soggetti terzi. Per questo motivo nessuno può esserne privato arbitrariamente. E se la donna ha diritto a decidere sul suo corpo e sulla sua attività sessuale e riproduttiva, questo vale fintanto che non rimane incinta. Con la gravidanza infatti siamo di fronte a un nuovo essere umano, con i suoi propri diritti.
Essendo un omicidio, perpetrato oltretutto su un innocente del tutto indifeso, l’aborto va invece a colpire il bene fondamentale della vita.
Ricordiamo che in Uruguay l’aborto è legale fino alla 12 settimana e da quando la legge è stata approvata, nel 2012, sono stati ammazzati 38.000 bambini: praticamente uno all’ora. 
In tale contesto la sentenza è dunque davvero di portata storica, come ha fatto notare il militante provita e deputato Carlos Iafigliola. Ia figliola ha spiegato che per la prima volta il padre è stato considerato soggetto di diritto davanti ad un bambino ancora nel ventre materno. E ha anticipato che per il 25 marzo sta organizzando una grande manifestazione a difesa del diritto alla vita.
Inutile dire che la decisione del giudice ha diviso l’opinione pubblica del Paese ed è stata duramente contestata dalle associazioni femministe e paladine dell’aborto. La donna ha fatto ricorso, ma a quanto pare sul caso specifico ormai la questione sembra chiusa, perché si sta avvicinando il termine ultimo per poter uccidere i nascituri.
Questa volta ha vinto la vita. E finalmente un padre ha visto riconosciuto il diritto di essere tale.

Federico Catani
Fonte: El Pais

venerdì 27 gennaio 2017

Eurispes 2017: a rimetterci sono i separati

http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/01/26/rapporto-eurispes-2017-la-meta-degli-italiani-boccia-il-sistema-sanitario-e-non-riesce-a-pagare-le-spese-mediche/3342806/

Rapporto Eurispes 2017, la metà degli italiani boccia il sistema sanitario. E non riesce a pagare le spese mediche

Rapporto Eurispes 2017, la metà degli italiani boccia il sistema sanitario. E non riesce a pagare le spese mediche


Lo studio fotografa il pessimismo del paese reale. Un giovane su 10 costretto a tornare a vivere con i genitori, affitto e mutuo fanno paura. Le famiglie costrette a ricorrere ai risparmi di una vita per arrivare a fine mese. Focus sul popolo dei voucher: 109 milioni venduti nei primi mesi del 2016, in tutto il 2011 erano stati 15 milioni. E una grande fetta della popolazione giudica negativamente il sistema giudiziario

Per la maggioranza degli italiani nel 2017 ci sarà una ripresa debole ma stabile, ma solo una persona su dieci si aspetta dal nuovo anno un miglioramento della situazione economica. Che, d’altro canto, per oltre il 40% delle famiglie è rimasta invariata. Di fatto quasi la metà non riesce a far quadrare i conti e circa una persona su quattro afferma di sentirsi abbastanza o molto povero. Tra le spese che si è costretti a tagliare, per oltre il 38% dei cittadini ci sono quelle mediche. E, restando in tema, oltre la metà degli italiani boccia il sistema sanitario nazionale. Con un notevole divario tra Nord e Sud. Sono alcuni degli aspetti rilevati nel Rapporto Italia 2017 e diffuso oggi dall’Eurispes, in cui si confermano i dati dello scorso anno sulla situazione economica del Paese e delle famiglie. L’indagine è stata elaborata in base ai risultati di un questionario al quale ha risposto un campione di 1.084 cittadini stratificato per genere, età e area territoriale. Il risultato? Il rapporto descrive la convivenza tra “più Italie distanti l’una dall’altra che a volte stentano ad andare d’accordo” ha spiegato il presidente di Eurispes Gian Maria Fara, secondo cui la situazione è frutto “della mancanza di un progetto per il futuro che possa vedere tutti collaborare nell’interesse generale del Paese”. Un quadro fortemente negativo, dunque. “L’Italia ha registrato un continuo declino – sottolinea Fara – rispetto alle posizioni degli altri Paesi dell’Eurozona sul fronte dell’istruzione, della ricerca e innovazione, mentre il fronte delle imprese è caratterizzato da un alto livello di indebitamento con il sistema bancario”. Il presidente di Eurispes lancia l’allarme su alcuni fenomeni che “stanno producendo effetti devastanti sul sistema politico e istituzionale”: dall’impoverimento del ceto medio, al blocco della mobilità sociale e alla redistribuzione della ricchezza, fino alla mancata crescita. E nel giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, Eurispes dedica un capitolo del rapporto proprio alla giustizia.
LA STIMA DELLA RIPRESA – Il 38,1% degli italiani, come rileva l’Istituto di Studi Politici Economici e Sociali, ritiene che la ripresa sarà lenta ma stabile, ma mentre il 36,4% vede in prospettiva un peggioramento, solo il 13,8% è convinto che l’economia migliorerà. In realtà stabili sono anche i dati sulla condizione economica delle famiglie rispetto al 2017: il 14,1% definisce molto peggiorata la situazione economica familiare nell’ultimo anno e il 27,3% indica un lieve peggioramento. Per il 42,3%, invece, la situazione è rimasta sostanzialmente invariata.

LA METÀ DELLE FAMIGLIE NON ARRIVA A FINE MESE – Di fatto il 48,3% delle famiglie non riesce ad arrivare alla fine del mese (nel 2016 era il 47,2%). Il 44,9% è costretto a utilizzare i propri risparmi. Ecco perché solo in una casa su quattro si è in grado di mettere qualcosa da parte. Le rate del mutuo per la casa sono un problema nel 28,5% dei casi, così come il canone per il 42,1% di chi è in affitto. Il 25,6% delle famiglie ha inoltre difficoltà a far fronte alle spese mediche. Di fatto circa una persona su quattro afferma di sentirsi abbastanza (21,2%) e molto (3%) povero. Una situazione che può derivare da diverse causa: la perdita del lavoro (76,7%), una separazione o un divorzio (50,6%), una malattia propria o di un familiare (39,4%), ma anche la dipendenza dal gioco d’azzardo (38,7%) o la perdita di un componente della famiglia (38%).
TAGLI E POTERE D’ACQUISTO – Sul fronte consumi, si registra un lieve miglioramento. Stando al Rapporto Italia 2017 dell’Eurispes, la maggior parte degli italiani (il 51,5%) non ha visto ridursi la capacità di spesa, mentre il 48,5% ha lamentato una perdita. Una situazione ribaltata rispetto al 2016. Ma la situazione rende ancora necessaria la corsa al risparmio. Il 38,1% dei cittadini ha ridotto le spese mediche (contro il 34,2 dello scorso anno). Le altre voci interessate dal ‘taglio’ sono state pasti fuori casa (70,9%), estetista, parrucchiere e articoli di profumeria (66,2%), viaggi e vacanze (68,6%). E se il 33% degli italiani ha almeno un animale domestico in casa, a causa della crisi economica questa percentuale è calata del 10% rispetto al 2016 ed è diminuita anche la spesa per nutrire e curare gli animali. Negli ultimi tre anni ha chiesto un prestito in banca il 28,7% delle famiglie, ma nel 7,8% dei casi non è stato concesso. Ci si rivolge agli istituti di credito soprattutto per l’acquisto della casa (il 46,8%), per la necessità di pagare debiti accumulati (27,6%), ma anche per saldare prestiti contratti con altre banche o finanziarie e affrontare spese per cerimonie (entrambe le motivazioni sono condivise dal 17,9% dei cittadini). C’è poi un altro 10,9% che ha chiesto un prestito per cure mediche e infine un 2,2% che vi ha fatto ricorso per potersi pagare le vacanze.

LA METÀ DEGLI ITALIANI BOCCIA IL SISTEMA SANITARIO – Più di metà degli italiani (il 54,3%) non è soddisfatto della sanità, una percentuale che al Sud supera il 70%. In realtà il dato complessivo non ha subito particolari cambiamenti negli ultimi anni. Al Nord-Ovest prevale la soddisfazione (70,3%), che ottiene la maggioranza anche al Nord-Est (56,3%). Del tutto diversa la situazione al Centro-Sud: al Centro dal 65,9% degli intervistati si raccolgono giudizi negativi, dal 72,4% nelle Isole, mentre al Sud a bocciare il sistema è il 73,6% dei cittadini. Il disagio più frequente riguarda le lunghe liste di attesa per visite ed esami medici (75,5%): il 53,2% ha dovuto attendere troppo per interventi chirurgici e il 48,9% indica una scarsa disponibilità del personale medico e infermieristico. Il 42,2% degli italiani denuncia strutture mediche fatiscenti, il 41,8% condizioni igieniche insoddisfacenti. Il 34,1% di quanti si sono rivolti alla sanità pubblica ha poi sperimentato a proprie spese errori medici. E se è vero che il 50,5% del campione preferisce rivolgersi agli ospedali pubblici per cure specialistiche e interventi chirurgici (mentre il 25,7% sceglie le strutture private) lo è altrettanto che il 23,8% dichiara di non potersi permettere le cure private. Quanto alle spese, infatti, nell’ultimo anno il 31,9% dei cittadini ha rinunciato alle cure dentistiche a causa dei costi eccessivi, il 23,2% a fisioterapia-riabilitazione, il 22,6% alla prevenzione e il 17,5% ha sacrificato persino medicine e terapie.

IL POPOLO DEI VOUCHER – L’analisi di Eurispes si concentra anche sul ‘popolo dei voucher’. Se nel 2011 ne sono stati venduti 15 milioni, nel 2015 si è arrivati a circa 115 milioni. L’uso dei buoni lavoro è in continua e rapida crescita, come dimostra anche il trend dei primi 9 mesi del 2016 con oltre 109 milioni di voucher venduti (+34,6% rispetto allo stesso periodo del 2015). Il 50% di quelli che li utilizzano, secondo Eurispes, sono persone molto attive sul mercato del lavoro, che si dividono tra diversi contratti a termine o cercando di integrare rapporti di lavoro part-time o indennità di disoccupazione. L’altra metà, invece, è costituita soprattutto da giovani a cui si aggiungono pensionati e donne in età centrale non interessate o scoraggiate nella ricerca di altri posti di lavoro. Nel 2015 il peso dei giovani è ulteriormente cresciuto (43,1% dei voucher) e si è rafforzato anche quello dei trentenni (con il 20,6%) e dei quarantenni (17,4%). Agli over 60 rimane, dunque, una modesta quota: circa l’8%, anche se, in valori assoluti, l’espansione dei voucher riguarda certamente anche loro. E, al contrario di quanto farebbe pensare la natura molto ‘marginale’ di molte attività regolate dai buoni lavoro, l’impiego dei voucher non riguarda prevalentemente gli stranieri. Tanto che, secondo i dato Inps, nel 2015 solo l’8,6% dei buoni è stato destinato ad extracomunitari.
GIOVANI TRA L’AIUTO DEI GENITORI E LA FUGA ALL’ESTERO. CHE NON SI FERMA – Per fare fronte alla crisi, i giovani mettono in atto alcune strategie: c’è chi torna a casa dai genitori (13,8%), chi ha dovuto ricorrere al loro sostegno economico (32,6%) e chi si affida a loro nella cura dei figli per non dover pagare nidi privati o baby sitter (23%). E non va meglio per i ‘cervelli in fuga’. Il programma ‘Rientro dei cervelli’, avviato nel 2001 dall’Italia per facilitare il ritorno dei ricercatori italiani dall’estero e per incoraggiare quelli stranieri a lavorare in Italia, ha dato risultati deludenti: solo 519 i ricercatori rientrati in 9 anni, contro un flusso in uscita ben più consistente. Inoltre, solo un quarto dei ricercatori che sono entrati nel Paese per effetto di questo progetto è rimasto in Italia per più di 4 anni. Per quanto riguarda gli 11 milioni di millennials, nati tra gli anni Ottanta e il Duemila, hanno difficoltà a pianificare il loro futuro finanziario: per il 45% di loro risparmiare rappresenta un grande sacrificio, mentre il 40% si dichiara sfiduciato circa la possibilità di percepire in futuro uno stipendio simile a quello dei propri genitori. Si tratta di dati significativi se si pensa che, come ricorda Eurispes, entro il 2020 questa fascia d’età costituirà il 25% della popolazione di Europa e Stati Uniti.

IL CAPITOLO GIUSTIZIA – Il rapporto Eurispes ha dedicato un capitolo anche al rapporto tra gli italiani e la giustizia. Tra i tempi affrontati la percezione del funzionamento dell’apparato giudiziario, la necessità della legge sulla responsabilità civile dei magistrati, le intercettazioni e il ricorso alle armi per privata difesa. In base ai risultati dell’indagine, il 37,1% dei cittadini individua come causa degli errori giudiziari il cattivo funzionamento della macchina giudiziaria nel suo complesso, mentre per il 27,1 essi sono collegabili al lavoro dei magistrati. Il 13,7%, infine, indica come causa i pubblici ministeri delle procure che non fanno bene il lavoro di indagine. Molti degli interpellati (21,8%) hanno preferito non esprimersi. E se per il 67,3% del campione (-9,9% rispetto al 2011) un imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva, il 47,8% ritiene le intercettazioni uno strumento fondamentale per prevenire e reprimere i reati. Il 40,9%, però, pur condividendo questa posizione, si preoccupa che sia tutelata la privacy delle persone. L’11,3% si è dichiarato invece contrario poiché ritiene che le intercettazioni invadano la libertà personale. Per quanto riguarda la difesa personale, il 41,3% del campione ha dichiarato che probabilmente ricorrerebbe alle armi se messo in una situazione di pericolo, mentre il 22% è sicuro che lo farebbe. Poco più di un terzo, il 25,8%, probabilmente non utilizzerebbe le armi sotto minaccia e il 10,9% ha escluso nettamente questa possibilità. Il 48,5% è d’accordo con l’incriminazione di chi reagisce durante un furto in casa o nel proprio negozio sparando e ferendo o uccidendo gli aggressori, nei casi in cui la reazione non sia commisurata al pericolo; il 42,7% è contrario all’incriminazione, mentre l’8,8% sostiene che debbano essere incriminati in ogni caso.

mercoledì 25 gennaio 2017

Riportare in vita il padre per difendere i figli

Riportare in vita il padre per difendere i figli

di autori vari lion-565818_640
di Silvana De Mari
Fonte:  https://costanzamiriano.com/2017/01/08/riportare-in-vita-il-padre-per-difendere-i-figli/

Oggi ci fermiamo un attimo e parliamo di leonesse. E quindi di leoni.
Ho già accennato che sto per fondare la brigata “due più due fa quattro”, dove combatteremo fino alla morte per difendere l’ovvio. Il mio post dove spiegavo l’assoluta differenza e complementarità tra maschi e femmine, è rimbalzato sul web, raccogliendo numerosi commenti. Rispondo a uno dei più buffi:”le leonesse, che sono femmine, sono vere combattenti”.

Le leonesse non sono combattenti: le leonesse sono semplicemente carnivore. Una leonessa, in quanto femmina, ha la competitività e l’aggressività molto basse. Se voi vi trovate davanti a una leonessa, la leonessa vi sbrana, ma voi, come il vostro cagnolino che le ha fatto da aperitivo, come la gazzella tanto carina, come lo gnu neonato, non siete qualcuno con cui compete: voi siete pappa. Una dolcissima leonessa vi sbrana senza per questo essere aggressiva, esattamente come la mia dolcissima nonna andava a tirare il collo a una gallina tutte le volte che uno dei suoi figli aveva il raffreddore (o qualsiasi altra patologia nota) e bisognava fare il brodo di pollo per curarlo (il brodo di pollo cura tutto).

La dolcissima leonessa non sbrana la gazzella, lo gnu, il cagnetto, o voi con aggressività, esattamente come la foca non ci mette aggressività a mangiarsi le aringhe, la balena a mangiarsi il krill, e la vacca a mangiarsi l’erba (siete sicuri che gli steli non soffrano?) L’aggressività, che è potente solo dove c’è testosterone, è quella tra due tizi della stessa specie, non tra un rappresentante di una specie e la sua pappa. La pappa sta nella casella pappa, la competizione con individui della stessa specie sta nella casella aggressività, e qui ci va il testosterone. Sono due caselle diverse. La leonessa non è meno brava del leone a cacciare, ma non è capace di difendere il territorio dove cacciare. Un carnivoro è un carnivoro; quello che mangia e la capacità di procurarselo non hanno nulla a che fare con l’aggressività, che è intraspecifica ( all’interno della stessa specie) e la competitività, anche essa intraspecifica.

La leonessa può muoversi e cacciare e allevare i suoi cuccioli solo all’interno di un territorio, un territorio segnato e difeso da un maschio. I maschi difendono il territorio, come sanno i proprietari di cani maschi e i postini. Difendono il territorio gallo e toro, e smettono di farlo se si amputano le gonadi: bue e cappone non difendono il territorio. Mi sto ripetendo perché secondo me questo concetto non è chiaro nella mente di molti. La leonessa Marisa ha avuto i cuccioli dal leone Marco. Può cacciare con serenità nel territorio segnato e protetto da Marco. Quando arriva il branco di iene, Marco le allontana, quando arriva il bufalo, ci pensa Marco, non Marisa. Quando arriva un altro leone, Pippo, Marco deve cacciarlo. Se Pippo fosse più forte e uccidesse Marco, dopo di lui ucciderebbe i suoi cuccioli, li ucciderebbe davanti a Marisa, che non ha la potenza di fermarlo, così che senza cuccioli lei torni rapidamente all’estro, lui possa montarla e avere dei cuccioli suoi. Lo stesso avviene tra i leoni marini, le foche e un mucchio di altri. Se non c’è il padre a proteggerli, altri maschi uccidono i cuccioli per avere i loro discendenti con quella femmina. Esattamente quello che succede alla fine della guerra di Troia: il figlio di Ettore ucciso e sua madre che diventa schiava.

Dove non c’è più il loro padre a proteggerli, i cuccioli aumentano il rischio di essere uccisi.

Ho raccontato questa storia per chiarire l’idea che madre natura è un’arcigna megera (che noi uomini siamo tanto cattivi, mentre gli animali sono angelici è una delle ennesime fesserie di questa epoca) e per spiegare che la violenza fa parte della vita. Ci vogliono i leoni maschi per proteggere i cuccioli. e questo vale anche per noi. Io ho sempre saputo che se qualcuno mi avesse toccato, mio padre lo avrebbe fatto a pezzi, anche a costo di morire nell’impresa, e questo era il suo compito. Ora immaginiamo che Marisa sia un’ottima cacciatrice, e dica “io sono mia, io non ho bisogno di nessuno, io sono stufa, io il territorio me lo difendo da sola”, e mandi via Marco: i suoi figli non hanno più difesa.

Quando non c’è più un uomo, quando il padre è morto, o se ne è andato, o è stato mandato via, in una di queste disastrose evenienze aumenta il livello di ansia dei figli, a volte cominciano gli attacchi di panico. Noi femmine il territorio non lo sappiamo difendere, non lo sappiamo difendere perché non è compito nostro, e quando il padre non c’è più i figli stanno svegli di notte, perché gli orchi esistono, non è vero che non esistono, non è vero che si fermano a parole.

I popoli dove il maschile ha travolto il femminile e lo ha azzittito, i popoli dove il femminile prevale sul maschile non hanno più la capacità di difendere il territorio e credono che la libertà e la vita siano possibili senza combattere. Perché se un uomo ha tutta la sua potenza, se la sua donna non gliela ha tolta col disprezzo, ma anzi l’ha aumentata, stando dalla sua parte, sempre, facendo il tifo per lui, quell’uomo è in grado di difendere il figlio. Un uomo è in grado di dare un pugno sul tavolo e dire no, al figlio che vuole farsi di spinelli, che vuole andare al rave party. Dove non c’è un uomo, un padre, è più facile a un sedicenne con gli attacchi di idiozia – che a 16 anni sono la norma – dire la fesseria del secolo, tipo “smetto di andare a scuola, che sono stufo” “smetto di lavarmi” “smetto di uscire dalla mia stanza”. Per favore non mi scrivete che a casa vostra è zia Carmela che la mette giù dura e Zio Ugo è un mollaccione. Stiamo parlando di statistica: il 90 % delle donne è più accogliente del 90% degli uomini. Il 90% degli uomini ha più coraggio e senso dell’autorità del 90% delle donne. Voi siete un’eccezione? Fate parte del 10%. Una minoranza.
Dove c’è un uomo e tutta la sua potenza, il compagno della madre dell’amichetta non entra nella casa dove c’è la bambina di sei anni e lei non volerà dalla finestra. I pedofili hanno la capacità incredibile di localizzare il bambino che non ha un padre che lo difenda con tutta la sua ferocia. In effetti i grandi paladini della pedofilia hanno avuto come primo scopo l’abbattimento dell’autorità paterna, perché prima bisogna levare di torno Marco. Chi sono i grandi paladini della pedofilia? Quelli che hanno scritto a suo favore? Jean-Jacques Rousseau, Simone de Beauvoir e ovviamente Jean-Paul Sartre, Daniel Marc Cohn-Bendit detto Daniel il Rosso perché il ‘68 lo ha cominciato lui. Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), che può essere considerato il profeta dell’educazione relativista e illuminista, ha cinque figli dalla sua compagna e, poiché questi sono figli reali e non astratti come L’Emilio, egli se ne libera rapidamente depositandoli, dopo ogni nascita, nell’ospizio dei trovatelli. Quest’uomo che crede nella assoluta bontà delle sensazioni e ignora la tendenza umana al piacere disordinato ed egoistico, a Venezia si compra per pochi franchi una bambina di dieci anni per allietare sessualmente le sue serate (Cfr. R. GUIDUCCI, La Storia di un contestatore sconfitto, pagg. 1-68 (pag. 32); in J.-J. ROUSSEAU, Le Confessioni, Introduzione di Roberto Guiducci; traduzioni e note di Felice Filippini, Biblioteca Universale Rizzoli, aprile 2001, pag.28). Jean Paul Sartre, Simone de Beauvoir (1908-1986), Michel Foucault, Jack Lang, futuro ministro francese, firmarono una petizione in cui si reclamava la legalizzazione dei rapporti sessuali coi minori (gli articoli erano su Liberation). Simone de Beauvoir, ha lavorato due anni nella radio di Vichy, era una collaborazionista filonazista. Nel 1943 fu sospesa dall’insegnamento. In realtà aveva sedotto una giovanissima allieva, ma per metterla nel letto di Sartre, con cui ha avuto sempre dei rapporti servili, topo padrone e schiava. In realtà molta parte delle sinistra post sessantottina inneggia alla libertà sessuale del bambino, e al crollo del tabù borghese, come viene chiamato. Anche la Gran Bretagna non scherzò. Era il 26 gennaio 1977 quando, in nome della “liberazione sessuale dei bambini”, il quotidiano francese Monde, faro della gauche, pubblicò una petizione per abbassare la maggiore età sessuale ai dodicenni, una sorta di legittimazione ideologica alla pedofilia.

Ma se non abbatti il padre, alle pudenda del bambino non ci arrivi. Prima occorre trasformare le donne in vittime e i maschi in carnefici, poi hai mano libera non solo sui bambini, ma su tutti. Dove la famiglia sia annientata il potere dello Stato (maiuscolo, il nuovo Dio) è assoluto.

Le affermazioni di Vendola e Busi sul diritto alla sessualità dei bambini potete trovarle sul Web, è già che ci siete cercate le dichiarazioni di Mario Mieli, visto che il circolo Mario Mieli di Roma è considerato ente morale e finanziato con il denaro pubblico per entrare nelle scuole a insegnare l’etica. Mieli parla del potere salvifico di pedofilia, necrofilia e coprofagia. Peraltro la pedofilia, “il diritto del bambino alla sessualità, è una dei capisaldi del ‘68, non di tutto, certo, e molti lo ignorano, sia nella teoria che nella pratica. Daniel Cohn Bendit, attualmente deputato europeo, ha scritto pagine sul diritto alla sessualità del bambino, negata dalla società borghese e dal cristianesimo, che anzi raccomandava a chi scandalizzerà questi piccoli che meglio sarebbe per loro una macina al collo che li trascini sul fondo . Bendit faceva il maestro d’asilo in un asilo alternativo e spiegava come spesso i bambini andassero a chiedergli di potergli aprire la patta dei pantaloni e toccarlo. Se uno dei padri di uno di questi bambini fosse stato mio padre o mio marito, a Daniel Cohn Bendit avrebbe fracassato fisicamente tutte le ossa. Non è vero che la violenza è sempre sbagliata. C’è un tempo per la pace e un tempo per la guerra. La violenza del padre per proteggere il figlio è un punto essenziale della sua sicurezza e della sua educazione. Io ho sempre saputo se qualcuno mi avesse fatto del male, i carabinieri sarebbero stati l’ultimo dei suoi problemi: mio padre lo avrebbe massacrato. Se qualcuno avesse fatto del male a mio figlio, se si fosse fatto “toccare” da lui, mio marito lo avrebbe massacrato.
Comunque la pedofilia ha segnato due anni fa un punto importante. L’associazione psichiatri americani, APA, che da 60 anni regna sul mondo controllando e dirigendo tutti gli ordini di psicologi, ha dichiarato che la pedofilia non è una perversione sessuale, ma un normale orientamento sessuale. Il primo gradino, quindi, per affermare la pedofilia è stato l’uccisione del maschio occidentale. Sempre più filosofi e pensatori lo denunciano: Pasqal Bukner, Claudio Risè, sono stati i primi a essersi accorti che è stato assassinato il padre. Quindi cominciamo a darci da fare per riportarlo in vita, perché ci serve.