mercoledì 14 agosto 2013

Introvigne

"La nostra battaglia... è contro i dominatori
di questo mondo tenebroso"
Sintesi della relazione di approfondimento
“Se pensi che per sfuggire a satana sia sufficiente credere nell'esistenza di Dio, ti sbagli. Anche satana crede che Dio esiste”. Con questa sfida lo scrittore Saverio Gaeta ha introdotto la relazione mattutina sul tema “La nostra battaglia... è contro i dominatori di questo mondo tenebroso” (Ef 6,12).
Clicca per ingrandire...Le insidie e le sfide di oggi rendono la nostra una fede sempre combattuta. «Da decenni – ha commentato Gaeta – anche il Rinnovamento ha mostrato una forte sensibilità su che cosa voglia dire il combattimento spirituale, talvolta subendo persino – all'interno e all'esterno della comunità ecclesiale – giudizi sgradevoli e certamente poco aderenti ai fatti».
Come ha ripetuto più volte il Papa Benedetto XVI c'è oggi una “dittatura del relativismo” che ci impone di credere e di affermare che non esiste la verità: non c'è dunque un vero criterio per distinguere bene e male. «Nella storia dell'Europa – ha denunciato nella sua riflessione il sociologo Massimo Introvigne – il peccato originale si è manifestato nelle ideologie che hanno progressivamente scristianizzato quello che era un mondo cristiano fatto di legami religiosi, politici, economici e morali». La sequenza dell'allontanamento dell'Occidente dalla verità cattolica è descritta in un celebre discorso di Pio XII nel 1952. Tre tappe corrispondono alla negazione della Chiesa: «Cristo sì, Chiesa no. Poi: Dio sì, Cristo no. Finalmente il grido empio: Dio è morto; anzi: Dio non è mai stato» (Pio XII – 1952). Viene negata la continuità della missione di Gesù Cristo nell'unica Chiesa cattolica e anche se Dio c'è ne sappiamo pochissimo e certamente non si è incarnato in Gesù Cristo. Da qui nascono gli orrori della modernità che vorrebbero sostituire il cristianesimo incidendo sulla società, la politica e le ideologie. Questo processo porta a una cultura e perfino Clicca per ingrandire...a religioni o spiritualità senza Dio come la New age e il comunismo. «E non mancano neppure cristiani, perfino teologi cattolici, sedotti dalle ideologie. L'umanità – ha rilevato Introvigne nella sua lucida analisi – pretende di essere l'unica produttrice di se stessa. Ma l'uomo e la società non si sono fatti da soli. Sono stati creati da Dio. Questo genera grande sofferenza.
La tentazione anticristiana dell'autodeterminazione non sorge spontanea nel cuore dell'uomo ma è prodotto dall'ideologia peggiore di tutte: la tecnocrazia che vede la tecnica come potere ideologico. Pretende di dirigere i processi sociali in nome di una modernità svincolata dai limiti che la religione e la morale vorrebbero opporre alla scienza. La vera minaccia è il campo privilegiato della bioetica in cui emerge la questione fondamentale: se l'uomo si sia prodotto da se stesso o se egli dipenda da Dio».
In questo itinerario non manca il ritorno alla magia, vecchio nemico della religione che progetta una volontà deviata che snatura l'esperienza religiosa cristiana: la Chiesa, Gesù Cristo, Dio e la morale.
Un richiamo ai “peccati personali” è stato fatto da fra Benigno, francescano ed esorcista, nel suo intervento più orientato allo sfondo ecclesiale e pastorale. «Sommandosi nella singola persona e nella società – ha spiegato fra Benigno– questi peccati danno luogo alle 'strutture di peccato', le quali, pur create dall'uomo, si rivoltano contro di lui, coinvolgendolo in ulteriori peccati personali». Ma le scelte peccaminose dei singoli sono frutto soltanto ed esclusivamente dell'uomo? «Molto dipende – ha proseguito fra Benigno - dalla concupiscenza presente in noi, ma la Parola di Dio ci fa sapere che all'origine c'è il peccato di satana che ha portato all'umanità male, mali e malattie che manifestano il mysterium iniquitatis. Spesso dietro le stesse strutture di peccato ci sono i dominatori del mondo che sono il diavolo e i demoni i quali attraverso la tentazione fanno da amplificatori nel provocare tra gli uomini il peccato e le sue strutture. Il diavolo, perfido e astuto incantatore, ha agito, agisce e agirà sempre così”.
Clicca per ingrandire...Questo non significa, però, che ogni peccato sia direttamente dovuto ad azione diabolica, ma è anche vero che chi non vigila con rigore morale si espone all'influsso del male che rende problematica l'alternativa della nostra salvezza. Questa azione straordinaria del diavolo e dei demoni procura, in particolare, dei mali all'uomo sia a livello personale con l'infestazione diabolica, la vessazione e la possessione, sia a livello ecclesiale con particolari forme di avversione e persecuzione nei confronti della Chiesa. L'azione ordinaria del diavolo è invece costituita dalla tentazione con la quale induce l'uomo, con atto libero e personale, al peccato per staccarlo da Dio e portarlo alla dannazione eterna. «Questo peccato – ha affermato il Frate – si oppone al progetto salvifico di Dio offrendo una prospettiva di sofferenza eterna, distruggendo la vita divina donataci da Dio nel Battesimo che ci rende figli di Dio e fratelli di Gesù».
Da questa analisi emerge l'importanza del combattimento. Una lotta cui fa seguito una vittoria, in una strategia di difesa e di attacco. La difesa decisiva dell'invisibile nemico è la grazia. «Vivere in grazia – ha concluso fra Benigno – comporta una vita vissuta in profonda amicizia e obbedienza amorosa con Dio. Questa è l'armatura di Dio. A questo si aggiunge una strategia di attacco che ci permette di collaborare con Gesù per distruggere le opere del diavolo, primo fra tutte il peccato che è in noi. È Cristo Gesù che da povero stende la mano su di te per dirti che ha bisogno della tua lotta contro il maligno. Non deludiamo le Sue aspettative e diciamo sì al Padre celeste».
Laura Gigliarelli


Massimo Introvigne, Le sètte cristiane.
Dai Testimoni di Geova al reverendo Moon
,
Mondadori, Milano 1990, pp. 192, L. 8.000

Idem, I nuovi culti Dagli Hare Krishna alla Scientologia,
Mondadori, Milano 1990, pp. 224, L. 10.000

Idem, I Testimoni di Geova,
Mondadori, Milano 1991, pp. 128, L. 10.000

Massimo Introvigne è nato a Roma nel 1955. Dirigente di Alleanza Cattolica, in cui milita fin dagli anni del liceo, ha coltivato nell’ambito dell’associazione l’attenzione alla "nuova religiosità" contemporanea, di cui è oggi uno degli specialisti più noti a livello internazionale. È stato relatore ai due simposi organizzati dalla FIUC, la Federazione Internazionale delle Università Cattoliche, su mandato dei quattro dicasteri vaticani interessati all’argomento, tenuti a Omaha, nel Nebraska, nel maggio del 1991, e a Vienna nell’ottobre del 1991. È autore — oltre a scritti di carattere filosofico-giuridico e morale, e a numerosi opuscoli e articoli, di cui molti pubblicati in Cristianità — dei volumi Il reverendo Moon e la Chiesa dell’Unificazione (Elle Di Ci, Leumann [TO] 1987), Le nuove Religioni (SugarCo, Milano 1989), Il cappello del mago. I nuovi movimenti magici dallo spiritismo al satanismo (SugarCo, Milano 1990), I nuovi movimenti religiosi. Sètte cristiane e nuovi culti, con Jean-François Mayer e don Ernesto Zucchini (Elle Di Ci, Leumann [TO] 1990), nonché collaboratore e curatore delle opere collettive Lo spiritismo (Elle Di Ci, Leumann [TO] 1989) e Le nuove rivelazioni (Elle Di Ci, Leumann [TO] 1991). Dal 1988 è direttore del CESNUR, il Centro Studi sulle Nuove Religioni — da lui fondato con mons. Giuseppe Casale, arcivescovo di Foggia-Bovino, che ne è presidente —, attualmente uno dei maggiori centri di ricerca e di formazione su questo tema in Europa e nel mondo; fra l’altro, è stato giudicato "degno di nota" nella relazione generale del card. Francis Arinze al Concistoro straordinario tenuto in Vaticano dal 4 al 7 aprile 1991.

Proprio in occasione di tale Concistoro — che ha segnalato il problema delle nuove religioni, insieme a quello dell’aborto, come una fra le grandi priorità per la Chiesa negli anni Novanta — diversi porporati hanno lamentato, nonostante i progressi degli studi specialistici, la mancanza di una letteratura agile che permetta al clero e ai laici cattolici — che pure, come nella stessa sede si è sottolineato, non possono più ignorare il problema — di acquisirne gli elementi essenziali in un tempo ragionevolmente breve. L’arcidiocesi di Torino aveva da tempo avvertito questa esigenza, chiedendo a Massimo Introvigne una serie di 64 articoli, ciascuno dedicato a un movimento o problema della nuova religiosità contemporanea, pubblicati sul settimanale di cultura cattolica il nostro tempo, e un’ulteriore serie di articoli sui testimoni di Geova apparsi sul settimanale diocesano La Voce del Popolo.

Il volume Le sètte cristiane. Dai Testimoni di Geova al reverendo Moon raccoglie la prima serie di articoli apparsi su il nostro tempo, integrati da una breve conclusione di carattere pastorale (pp. 172-177) e da una essenziale ma preziosa bibliografia (pp. 179-187). Dopo aver fatto il punto sulla controversa nozione di "setta" e sui rapporti fra la nuova religiosità e lo gnosticismo antico — fenomeni fra i quali non mancano analogie — (pp. 7-24), l’autore offre anzitutto un’esposizione monografica dei tratti salienti dei tre gruppi di origine cristiana tipologicamente e sociologicamente più importanti: i mormoni (pp. 25-41), la Scienza Cristiana (pp. 42-51) e i testimoni di Geova (pp. 52-66). Segue una tipologia delle sette di origine cristiana (pp. 67-70), di cui vengono distinti sette gruppi, cinque derivati dalla "Riforma radicale" — di cui l’autore non manca di mettere in luce le differenze con la Riforma protestante delle denominazioni maggioritarie —, e gli ultimi due nati rispettivamente da scismi dalla Chiesa cattolica o dall’Ortodossia orientale ovvero dai sincretismi sorti nel Terzo Mondo fra il cristianesimo delle missioni e culti locali più antichi. Per ognuna delle sette "famiglie" Massimo Introvigne presenta — nei successivi venti capitoli monografici (pp. 71-171) — gli esempi più significativi. Se per ogni movimento, in una rapida sintesi, viene presentato l’essenziale, non mancano capitoli in cui l’autore dà conto di sue ricerche originali — come nel caso del settarismo russo (pp. 142-146) e delle nuove religioni della Nigeria, uno dei fenomeni in maggiore crescita nel mondo (pp. 167-171) — offrendo informazioni che risulteranno nuove anche per chi conosce le sue opere più ampie.

Il secondo volume, I nuovi culti. Dagli Hare Krishna alla Scientologia, raccoglie la seconda serie degli articoli de il nostro tempo, dedicati alle nuove religioni di origine non cristiana. Oltre a una bibliografia (pp. 211-219), agli articoli il volume aggiunge un’importante Introduzione (pp. 5-18), dove l’autore propone una tipologia dei nuovi movimenti religiosi di carattere dottrinale, che è stata menzionata — fra le varie tipologie correnti, ma come particolarmente importante — anche nella già citata relazione generale del card. Francis Arinze al Concistoro Straordinario del 1991. Si tratta di una tipologia che vede nella nuova religiosità un rifiuto progressivo degli elementi essenziali della visione cattolica del mondo: prima la Chiesa — "Cristo sì, Chiesa no" — nel mondo delle sette di origine cristiana; quindi il ruolo unico di Cristo — "Dio sì, Cristo no" — nei nuovi culti che preferiscono rivolgersi piuttosto all’Oriente o al paganesimo antico; poi Dio stesso — "Religione sì, Dio no" — nelle "religioni" che propongono la realizzazione del potenziale umano; e infine la stessa religione — "Sacro sì, religione no" — nei gruppi che promuovono con il sacro piuttosto un rapporto di tipo magico.
Alle ultime tre categorie è appunto dedicato il volume. I primi quindici capitoli monografici (pp. 21-107) illustrano altrettanti nuovi culti — o gruppi di nuovi culti — di origine orientale, distinti a seconda del loro retroterra storico di volta in volta islamico, zoroastriano, indù, giainista, buddhista e scintoista; non manca un’importante messa a punto sulla pertinenza dell’espressione "sette" applicata a correnti dell’ebraismo (pp. 21-26). Una seconda parte — che si apre con un capitolo sulla lotta anticristiana nella Rivoluzione francese (pp. 108-113), illustra la ricerca di religioni alternative al cristianesimo in Occidente, in direzione del paganesimo antico o della magia (pp. 114-143). La terza parte — a proposito della corrente del potenziale umano — propone una distinzione fra "religioni dell’uomo", che propongono, trascurando Dio, uno sviluppo delle potenzialità nascoste dell’individuo — l’esempio più evidente è la Scientologia, ma caratteristiche analoghe si ritrovano in alcuni culti dei dischi volanti (pp. 144-160) — e "religioni dell’umanità", che nascono come versioni ritualizzate delle ideologie, con esiti talora tragici come nel caso del Tempio del Popolo, il movimento protagonista del suicidio di massa della Guyana nel novembre del 1978, la cui dottrina costituiva in realtà un adattamento "religioso" del comunismo marxista (pp. 161-166). La quarta parte fa cenno ai principali nuovi movimenti magici, dallo spiritismo al satanismo (pp. 167-190), precisando anche che cosa si intenda esattamente per New Age (pp. 173-178). Di particolare interesse sono i tre capitoli conclusivi, dove l’autore analizza le origini e le caratteristiche del cosiddetto movimento anti-culti, mostrandone gli aspetti ambigui e inaccettabili (pp. 191-196), e si chiede infine quale debba essere l’atteggiamento del cattolico di fronte alle nuove religioni: un atteggiamento di vigilanza e insieme — almeno su alcuni terreni e con alcuni gruppi — di cauto dialogo (pp. 197-209). Le ultime pagine riguardano il ruolo nella Chiesa dello specialista che studia i nuovi culti, che ha anche bisogno del "sostegno, l’aiuto, il confronto di una comunità cristiana amica e viva", rinnovando così in termini moderni la "richiesta antica": "Pregate per me" (pp. 208-209).

Dagli articoli su La Voce del Popolo — rivisti e ampliati — era nata nel 1990 un’opera in francese: Les Témoins de Jéhovah (Cerf, Parigi-Fides, Montréal 1990), che appare ora — integrata da osservazioni specifiche su Il caso Italia (pp. 57-61), e aggiornata nelle statistiche e nella bibliografia (pp. 111-112) — in versione italiana con il titolo I Testimoni di Geova. Lo sforzo dell’autore — come egli stesso precisa nell’Introduzione (pp. 5-10) — è stato quello di offrire una sintesi di un centinaio di pagine, che chiunque può leggere in poche ore, in uno stile facilmente comprensibile anche per il non specialista, che tuttavia non trascura nessuno degli interrogativi che si può porre chi viene in contatto con il geovismo, e insieme permette al lettore almeno uno sguardo sulle ricerche più recenti di carattere storico e sociologico sui testimoni di Geova, di cui viene dato conto in una letteratura quasi mai tradotta in lingua italiana. L’autore esamina così la storia (pp. 13-61), la dottrina (pp. 63-95) e la "vita quotidiana" — cioè gli aspetti sociologici (pp. 97-109) — dei testimoni di Geova. Fra i temi su cui vengono forniti chiarimenti particolarmente utili segnaliamo la questione delle trasfusioni di sangue (pp. 80-82), le ragioni del particolare successo dei testimoni di Geova in Italia — secondo una certa lettura delle statistiche, ormai il primo paese del mondo per numero di testimoni di Geova sul totale degli abitanti — (pp. 57-61), le origini del movimento (pp. 13-23), troppo spesso considerato un unicum che sorge improvvisamente nella mente dei suoi fondatori, mentre si tratta di un fenomeno con una precisa preistoria nel protestantesimo radicale anglo-americano e nelle correnti millenaristiche.


Benché i tre volumi non si presentino con una intentio specificamente pastorale, né si propongano di offrire una confutazione degli errori delle nuove religioni alla luce della dottrina cattolica, la loro funzione pastorale potrà essere di notevole rilevanza. Una bibliografia in corso di pubblicazione in Inghilterra, curata dall’Università di Londra, rileva per la lingua italiana una trentina di volumi di studi sulle nuove religioni — esclusi i testi pubblicati dalle nuove religioni medesime —, contro oltre trentamila in lingua inglese e diverse migliaia in lingua tedesca, mentre per quanto riguarda il francese la situazione è poco migliore dell’italiano, e per quanto riguarda lo spagnolo è peggiore. I titoli in italiano si riferiscono per una buona metà a studi specialistici, per l’altra a opere di taglio polemico che intendono soprattutto mettere in luce gli errori — e la pericolosità sociale — delle nuove religioni, senza preoccuparsi troppo di una descrizione storica, dottrinale o sociologica articolata. Mentre altre opere contengono giudizi discutibili o errori anche gravi, alcuni autori cattolici — segnaliamo, soprattutto, monsignor Giovanni Marinelli, don Ernesto Zucchini, padre Giuseppe Crocetti S.S.S., monsignor Lorenzo Minuti, don Tommaso Conticchio — hanno offerto confutazioni efficaci e puntuali degli errori dei testimoni di Geova. I loro scritti presuppongono però lettori disponibili alla lettura di opere di taglio prevalentemente — quando non esclusivamente — dottrinale, e in ogni caso potranno essere meglio compresi da chi abbia già qualche informazione sui testimoni di Geova. Quanto ai movimenti diversi dai testimoni di Geova, una letteratura di buona divulgazione in lingua italiana è pressoché inesistente. Ci si deve pertanto augurare che un numero cospicuo di cattolici acquisiscano — tramite questi strumenti — almeno le informazioni essenziali sulle sette di origine cristiana, sui nuovi culti e sui testimoni di Geova. Una delle ragioni — anche se non l’unica — per cui l’Italia costituisce il primo paese del mondo per i successi proselitistici dei testimoni di Geova — nonché un terreno fecondo per altre idee e gruppi della nuova religiosità — è certamente costituita dal fatto che gran parte del laicato cattolico — e purtroppo anche del clero — si è finora accontentato sul fenomeno di qualche informazione giornalistica o di seconda mano, pensando forse — erroneamente — che riguardi soprattutto altri paesi

giovedì 1 agosto 2013

Donne cristiane su donne "Putifarre"

http://www.donnecristianenelweb.it/Moglie%20di%20Potifar.htm





Lettura: Genesi 39:1-20


1Un giorno egli entrò in casa per fare il suo lavoro, mentre non c'era alcuno dei domestici. 12Ella lo afferrò per la veste, dicendo: «Còricati con me!». Ma egli le lasciò tra le mani la veste, fuggì e se ne andò fuori. 13Allora lei, vedendo che egli le aveva lasciato tra le mani la veste ed era fuggito fuori, 14chiamò i suoi domestici e disse loro: «Guardate, ci ha condotto in casa un Ebreo per divertirsi con noi! Mi si è accostato per coricarsi con me, ma io ho gridato a gran voce. 15Egli, appena ha sentito che alzavo la voce e chiamavo, ha lasciato la veste accanto a me, è fuggito e se ne è andato fuori».
16Ed ella pose accanto a sé la veste di lui finché il padrone venne a casa. 17Allora gli disse le stesse cose: «Quel servo ebreo, che tu ci hai condotto in casa, mi si è accostato per divertirsi con me. 18Ma appena io ho gridato e ho chiamato, ha abbandonato la veste presso di me ed è fuggito fuori». 19Il padrone, all'udire le parole che sua moglie gli ripeteva: «Proprio così mi ha fatto il tuo servo!», si accese d'ira. 20Il padrone prese Giuseppe e lo mise nella prigione, dove erano detenuti i carcerati del re.
Così egli rimase là in prigione.

La moglie di Potifar aveva tutto ciò che una donna sposata può desiderare: un marito che occupava una posizione elevata come ufficiale del Faraone, viveva in una casa spaziosa e lussuosa, nuotava nell’abbondanza, aveva cibo e vestiti, c’erano schiavi al suo sevizio che facevano il necessario per esaudire i suoi desideri.
Era una donna viziata.
Come egiziana godeva di molta libertà più di ogni altra donna del tempo, con tutti questi elementi si potrebbe dedurre che fosse molto felice.
Ma questa conclusione si dimostra infondata perché la situazione reale era diversa.
E’ stato detto che “le circostanze non fanno una persona, ma rivelano quale essa sia”, questa massima calza a pennello per la moglie di Potifar.            
Nelle Scritture incontriamo la figura di questa donna in Genesi in rapporto alla storia di Giuseppe, il capo degli schiavi di quella casa.
Giuseppe, figlio di Giacobbe e Rachele, era un uomo di una bellezza sorprendente, arrivò nella casa di Potifarre dopo essere stato venduto ai mercanti di schiavi dai suoi fratelli.
Ma la vita interiore di Giuseppe era ancora più singolare del suo bell’aspetto, egli camminava vicino a Dio.
Molte volte Dio gli aveva rivelato il futuro per mezzo di sogni ed era una delle ragioni per cui i suoi fratelli erano gelosi di lui e, quando poi si erano accorti che il loro padre lo amava più di tutti, presero ad odiarlo tanto da desiderarne la morte.
Essi si sbarazzarono di lui vendendolo a dei mercanti che passavano di lì, tuttavia fu molto chiaro che Dio era con Giuseppe, perché dovunque egli andasse la benedizione di Dio era con lui.
Perciò la casa di Potifar fu benedetta a causa sua, una relazione di reciproco rispetto nacque fra Giuseppe e Potifar .
In conseguenza di ciò le responsabilità di Giuseppe aumentarono notevolmente e fu nominato sovrintendente dell’intera casa.
La moglie di Potifar che a prima vista sembrava possedere tutto ciò che una donna potrebbe desiderare, era vuota interiormente, non aveva uno scopo per vivere.
Aveva del tempo libero e non sapeva come occuparlo, era sposata ad un uomo che si dedicava completamente al lavoro.
La Bibbia non parla di bambini, ma se ce ne fossero stati, probabilmente sarebbero stati affidati alle cure di una governante.
Forse era offesa per il fatto che il marito non le dava le attenzioni che avrebbe desiderato, una vita vuota cerca uno scopo, un cuore vuoto cerca soddisfazione.
La moglie di Potifar alla fine mostrò i desideri che erano nel suo cuore.
Non era riuscita a capire il carattere interiore di Giuseppe, la sua giustizia e la sua serenità erano per lei, unitamente alla bellezza fisica, motivo di attrazione.
Non poteva capire che ciò che aveva di speciale quest’uomo era il suo cammino con Dio.
Infatti, dal suo comportamento è evidente che non aveva inteso il legame fra Giuseppe e il suo Dio, perché umiliò sé stessa e  Giuseppe non una volta sola, ma ripetutamente.
Lei cercò di imporre sé stessa e il suo corpo, pensava di trovare soddisfazione nel sesso.

(...)
La rapida fuga di Giuseppe era la prova della sua purezza di carattere, indusse la donna a compiere un altro peccato: mentire.
Essendo suo superiore aveva deciso, senza nessuno scrupolo, di rovinargli la carriera e di macchiare il suo buon nome.
Questo causò a Giuseppe molti anni di prigionia. Egli indubbiamente fu molto ferito dalle accuse disoneste, probabilmente si sentì abbandonato, anche perché in apparenza Potifar non investigò sulla situazione, forse nutrì dei dubbi sul racconto della moglie, altrimenti avrebbe messo a morte Giuseppe.
Giuseppe non si lamentò, con gioia scoprì che le mura della prigione non potevano escludere Dio, che era con lui, come era stato nella casa di Potifar.
Giuseppe fu una benedizione per tutti quelli che poi incontrò: carcerieri, prigionieri sino ad arrivare al Faraone.
Fu ricompensato per la sua lealtà a Dio e al suo padrone, gli fu dato il governo di tutto l’Egitto, egli era al secondo posto nella gerarchia di comando dopo il Faraone.
Poi sposò la figlia di Faraone e divenne suo genero, cambiò nome e divenne Zaphenath-paaneath, il protettore del popolo.
In seguito poté salvare i suoi fratelli, che l’avevano tradito, quando si trovarono nella carestia.
Giuseppe non era stato il perdente, lo era stata la moglie di Potifar.
Di lei non sappiamo nient’altro, nonostante la grandezza del peccato essa non mostrò pentimento, né chiese perdono.


 
Scritto da un anonimo nel 1949

La simulazione di stalking nelle vicende di separazione

La simulazione di stalking nelle vicende di separazione 




La simulazione di stalking nelle vicende di separazione - di Maria Bernabeo
Maria Bernabeo







Con la nascita di normative specifiche sul fenomeno stalking si inizia a registrare una preoccupante casistica di false accuse rispetto a tale reato, agite con finalità strumentali e inserite all’interno delle “guerre” che sovente si sviluppano attorno alle separazioni conflittuali, ma a volte anche nell’ambito di controversie lavorative.
L’ambito della conflittualità di coppia sembra essere comunque quello maggiormente a rischio per eventuali situazioni di falso stalking. I ricercatori del resto hanno ampiamente descritto una serie di alterazioni della relazione e di disturbi psicopatologici che insorgono nelle famiglie al momento della separazione e che proseguono anche dopo il divorzio.
La separazione si configura come un evento stressante che trasfigura lo stile relazionale delle persone coinvolte e che può arrivare a mettere in evidenza aspetti psicopatologici in soggetti ritenuti in precedenza normali, che erano tenuti in fase di compenso dalla relazione coniugale e dal rapporto genitore-figlio.
Nell'ultimo decennio il disagio in separazione è stato ampiamente descritto dalla letteratura scientifica che ha mostrato come a volte tale disagio possa giungere fino a una vera e propria sintomatologia psicopatologica, espressa attraverso la PAS, il MOBBING e attualmente lo STALKING.
Il rapporto Istat 2007 sullo stalking fornisce un quadro abbastanza significativo, anche in Italia vi sarebbero 2 milioni 77 mila donne che hanno subito comportamenti persecutori di stalking dai partner al momento della separazione. Sul coinvolgimento degli uomini in tale contesto in qualità di vittima i dati appaiono meno verosimili a causa della riluttanza maschile a sporgere denuncia.
Ma come si può giungere all’utilzzo strumentale della normativa sullo stalking? Non di rado accade che il genitore affidatario, ma “non collocatario”, non riuscendo a frequentare i figli a causa dell’ostruzionismo dell’altro, cominci ad effettuare numerosi tentativi di contatto telefonico e fisico, magari passando più volte sotto l’abitazione della prole, nella speranza di poterla incontrare e “rubare” un saluto, un abbraccio. Questo comportamento può essere agevolmente fatto passare “ad arte” per stalking.
Secondo i dati ufficiali, relativi alle false denunce, ciò accade molto più spesso di quanto si possa pensare. Nel 2009 sono state 7000 le denunce per stalking in tutta l’Italia, 3500 sono risultate prive di requisiti e archiviate. Le false accuse che vengono prodotte verso l’ex partner sono a volte in qualche modo facilitate dalle associazioni che fanno discriminazione di Genere (tutelano solo donne o solo uomini) nell’offrire i loro servizi.
Le Associazioni spesso non effettuano un’attenta operazione di filtro: suggeriscono sovente agli/alle assistiti/e a denunciare subito, non verificando prima e con attenzione la veridicità dei fatti.
Al contrario dei casi di maltrattamento, dove la richiesta di aiuto spesso è supportata da riscontri medico-legali, la maggior parte dei casi di stalking comprende comportamenti intrusivi “raccontati” dalla vittima che necessitano però di prove concrete, anche per poter poi reggere ad un eventuale giudizio. Anche gli avvocati molte volte non operano i corretti filtri, pertanto l’assenza di questi ha fatto sì che la pratica delle false accuse divenisse un fatto di mal costume.
Per essere sicuri dell’attendibilità dell’accusa si dovrebbero effettuare più controlli incrociati. Se la denuncia è prodotto da un ex si dovrebbe infatti sempre esaminare attentamente la loro storia di coppia per capire se si sta realizzando un processo di vittimizzazione che, al momento della rottura del matrimonio, ha raggiunto il proprio apice nell’accusa di stalking prodotta nei confronti dell’altro coniuge. In tal senso la collaborazione strettissima del Legale con lo Psicologo, appare necessaria per una corretta lettura delle vicende presentate.
Ma quali sono le cause più frequenti che spingono un genitore ad accusare falsamente il partner di stalking?
L’accusa falsa di stalking è uno dei modi più semplici per estromettere per lungo tempo l’altro genitore dalla vita del/dei figli. Si raggiunge un doppio effetto: si tenta di liberarsi del partner come coniuge, ma anche come care giver, facendolo uscire definitivamente dalla propria vita e da quella dei figli. Ma casi di false accuse di stalking si sono registrate anche nel mondo degli affari. Nell’ambiente di lavoro capita che nascano relazioni sentimentali tra colleghi o tra dipendenti e superiori. Le relazioni a volte finiscono ma i rapporti d’affari possono continuare.
La falsa denuncia di stalking e la diffida a cercare incontri sgraditi con un ex partner può quindi celare l’intento di estromettere il soggetto che riceve la diffida a frequentare luoghi connessi al contesto lavorativo così che la finta vittima possa ottenere dei vantaggi. L’accusato, pur percependo la falsità delle accuse può decidere di buon grado di ritirarsi per evitare “fastidi” legali. La falsa accusa di stalking diviene allora uno strumento per combattere in maniera sleale una guerra di business.
Il protocollo di intervento dell’ICAA che già dalla fase di presa in carico del caso prevede una stretta collaborazione tra Legale e professionisti di area psicologica, induce ad una attenta valutazione dei contesti e dei comportamenti riferiti dalla vittima e riduce di fatto la possibilità di strumentalizzazione dell’azione legale.
 
Dr.ssa Maria Bernabeo
Centro Tutela Famiglia

Fonte: http://www.centrotutelafamiglia.com/2013/07/la-simulazione-di-stalking-nelle-cause.html?spref=fb

mercoledì 31 luglio 2013

Il far-West delle case famiglia



 link: http://www.adiantum.it/public/3410-il-far-west-delle-case-famiglia--provvedimenti-frettolosi-e-controlli-assenti.asp
 Vivono lontani dalla propria famiglia, sradicati spesso in tenera età e a tempo indeterminato. È l’esercito dei quasi 30mila bambini e adolescenti che, per effetto di un provvedimento giudiziario, finiscono nelle case di famiglie affidatarie o nelle comunità. Con procedimenti spesso frettolosi e privi di istruttoria, lasciati all’arbitrio di giudici, periti e assistenti sociali.
Secondo l’indagine «Bambine e bambini temporaneamente fuori dalla famiglia di origine » commissionata dal ministero del Welfare all’Istituto degli Innocenti di Firenze, alla fine del 2010 in Italia c’erano 14.528 minori in affidamento familiare e altri 14.781 in comunità residenziale o casa famiglia. Con un aumento del 24% rispetto al 1999. Il rapporto tace sul numero delle strutture, difficilmente mappabile anche per la velocità con cui aprono e chiudono.
Una stima non recente parla di 1.800 centri con alcune Regioni (Emilia Romagna, Lazio, Lombardia e Sicilia) che registrano una concentrazione di 300 strutture. «In Italia non esiste alcun database per monitorare il fenomeno del disagio minorile e delle strutture che ospitano i minori allontanati », dice Vincenza Palmieri, presidente dell’Istituto nazionale di pedagogia familiare e autrice con Antonio Guidi, ex ministro della Famiglia, e l’avvocato Francesco Miraglia del volume “Mai più un bambino” (Armando Editore). «La parola giusta è “reclusi” - continua la pedagogista - perché quella nelle comunità è nella maggioranza dei casi una reclusione ingiustificata, una frattura grave tra il bambino e la famiglia».
Bando alle generalizzazioni, ripetono gli esperti, ricordando che ci sono strutture che funzionano e operatori eccellenti. Però concordano su due evidenze: la mancata presa in considerazione di soluzioni alternative all’allontanamento e l’esistenza di un giro d’affari che fa gola. I dati del ministero parlano chiaro: a fronte di un assegno medio mensile di 404 euro concesso alle famiglie affidatarie, lo Stato eroga alle comunità (che in base al Dpcm 308/2001 dovrebbero essere autorizzate dalle Regioni ma che, in assenza di discipline regionali, continuano a essere autorizzate dai Comuni) la bellezza di 79 euro al giorno a bambino nel caso di retta giornaliera unica. Per le rette differenziate, si va da 71 a 99 euro. Significa che ogni mese per ciascun minore lo Stato paga dai 2.130 ai 2.970 euro. Un tesoretto che forse potrebbe essere utilizzato per lavorare sulle famiglie d’origine, soprattutto quelle in difficoltà economiche sempre più spesso colpite da provvedimenti simili.
Ha molto da raccontare in proposito Francesco Morcavallo, già giudice del Tribunale dei minori di Bologna, protagonista di un duro scontro con i colleghi proprio sul “disinvolto” ricorso agli allontanamenti dei bambini in uso nei tribunali minorili. «I giudici - rileva - dovrebbero decidere sulla base di fatti provati, incompatibili con la permanenza dei bambini nelle proprie famiglie. Fatti che determinano un pericolo conclamato e gravissimo. Invece nella stragrande maggioranza di casi si decide sulla base di giudizi di personalità dei genitori, spesso superficiali, indotti da relazioni delle amministrazioni sociali quando non dalle segnalazioni delle scuole o addirittura dei vigili urbani».
Morcavallo denuncia un difetto anche nelle procedure: «Nel 99% dei casi le motivazioni dei giudici riproducono testualmente la domanda di allontanamento, disponendolo senza istruttoria e fissando la prima udienza solo dopo mesi». È così che i decreti provvisori - che Morcavallo chiama «provvedimenti al buio» - diventano di fatto definitivi. Comunque lunghi, troppo lunghi, per chi si ritrova stritolato in questo meccanismo a pochi anni di vita o in piena adolescenza. «Il business non torna», aggiunge Palmieri. «Si usano soldi pubblici. Ma perché spendere di più e peggio con un risultato non pedagogicamente ottimale? I dubbi vengono ». Alimentati anche dall’assenza di controlli, come osserva Miraglia, esperto di diritto minorile: «Il problema è chi controlla i controllori: nel fitto reticolato di competenze che avvolge il mondo delle strutture per minori non si capisce chi debba vigilare, la Regione, il Comune o alcune commissioni locali istituite proprio per gestire le convenzioni. Io stesso mi sono fatto portavoce di una richiesta di verifica su una comunità e a distanza di mesi ancora sto aspettando una risposta».
È la cronaca, periodicamente, a squarciare il velo di questo far west. Che nasconde abitudini inquietanti. «È prassi comune - racconta Palmieri - sospendere la patria potestà dei genitori quando non vogliono che i figli allontanati dalla famiglia assumano psicofarmaci. I bambini e i ragazzi allontanati sono portatori di un disagio personale che non può e non deve essere trattato come una malattia. Una mamma e un papà non darebbero mai un farmaco a un bambino perché sbatte una porta o rompe un giocattolo. La comunità scientifica si deve interrogare».
Gli esperti concordano: quasi tutti i bambini che oggi finiscono in una struttura potrebbero essere aiutati diversamente. Con soluzioni diurne e con un progetto educativo che riguardi l’intero nucleo familiare. «Il metodo attuale - conclude Palmieri - non risolve alcun problema. Anzi: costruisce non un futuro ma un curriculum di devianza».
L’attenzione è alta. Lo dimostra l’interrogazione presentata il 28 giugno da Roberta Angelilli (Ppe) alla Commissione di Bruxelles, chiamata a chiarire se la situazione italiana viola la Carta dei diritti fondamentali dell’Ue e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. «Allo stato attuale - scrive l’europarlamentare - non si riesce a distinguere gli allontanamenti realmente necessari da quelli che potrebbero essere evitati».

Fonte: IlSole24Ore Sanità del 30 luglio 2013

Altre notizie sul giudice Morcavallo qui al link

giovedì 25 luglio 2013

Giudice Morcavallo: intervista shock




Il giudice Morcavallo entra in Finalmente Liberi, commissione di inchiesta costituita dentro Federcontribuenti sulla questione dei bambini sottratti alle famiglie e ammette: ” tra le strutture private adibite alla ricezione di minorenni ve ne sono molte malfunzionanti o addirittura ‘infernali’; altre (poche) sono gestite con cura e scrupolo. Il problema non si esaurisce nel controllo sulle strutture, ma nell’evitare il meccanismo perverso per cui queste diventino centri di smistamento di bambini che mai avrebbero dovuto essere sottratti alla famiglia”.  Cosa può determinare l’allontanamento di un minore dai propri genitori? L’attuale procedura consente al Tribunale per i Minorenni di sospendere la potestà genitoriale ad uno o entrambi i genitori, dietro la segnalazione di un operatore scolastico o sanitario. Un comportamento o atteggiamento sospetto da parte di un bambino, un disagio economico, può gettare una famiglia nell’inferno. Non solo segni evidenti di abusi sul corpo, non solo confessioni drammatiche. Per vedersi sottrarre un figlio basta intravedere una difficoltà ad interagire con i coetanei, eccessiva aggressività, inappetenza, linguaggio sboccato, tutto quel che può essere interpretato come sintomo di disagio. Difendere i minori è un dovere assoluto, ma l’approssimazione, lo standardizzare una procedura, il trattare i singoli casi come fossero documenti su cui apporre un timbro, significa correre il rischio di commettere errori gravi, veri atti disumani. Durante le separazioni di solito tale segnalazione agli organi preposti è fatta dal genitore affidatario (nel 93% la madre) che, su consiglio di consulenti legali senza scrupoli, utilizza l’apparato giudiziario per far allontanare l’altro genitore dalla vita del figlio. Capita di vedersi sospeso dal ruolo di genitore anche senza una consultazione, d’ufficio. Gli assistenti sociali hanno la totale gestione del minore. Molti hanno perso i contatti per anni con i loro figli, istituzionalizzati in altre città o in luoghi di cui non viene fornita localizzazione. Quando il decreto di sospensione emesso dal tribunale è provvisorio, non consente ai genitori di ricorrere in appello. Si può andare avanti per anni senza alcuna possibilità di contraddittorio e difesa dalle accusa che hanno determinato il provvedimento. Non vengono accolte prove sull’innocenza, non vengono sentiti testimoni: valgono esclusivamente le insindacabili relazioni degli assistenti sociali e le perizie dei consulenti psichiatrici, in linea con le aspettative del magistrato. Federcontribuenti costituisce Finalmente Liberi, una commissione di inchiesta che si occuperà esclusivamente della questione dei bambini sottratti alle famiglie e dati in affidamento.
Intervista al Giudice del tribunale dei minori di Bologna, Francesco Morcavallo.   E’ vero che dietro gli allontanamenti, le perizie e le casa famiglie, spesso, si nasconde uno spietato business? Conosce all’incirca la cifra spesa ogni anno dallo Stato? ”Quasi cinquantamila minori in istituto (termine rispondente alla realtà, in luogo degli pseudonimi ‘comunità‘ e ‘casa-famiglia’) non rispecchiano la realtà del problema della tutela dell’infanzia e dell’adolescenza; tanto più che, per la stragrande maggioranza, gli allontanamenti non sono motivati su fatti certi, ma su impressioni relative al carattere ed alla ‘adeguatezza’ (termine quantomai vuoto) delle persone nello svolgimento dei compiti familiari quotidiani ed in ragione delle difficoltà economiche delle famiglie, in realtà risolvibili mediante la concreta applicazione dei diritti sociali costituzionalmente garantiti (ma effettivamente negati da quelle stesse istituzioni pubbliche e para-amministrative che, in alternativa, perseguono il metodo della sottrazione dei minori dai contesti arbitrariamente qualificati come ‘inadeguati’). Si determinano così l’arbitrio e l’incertezza dei criteri di decisione, utili non soltanto a fini di autoritario controllo sociale, ma anche ad alimentare la circolazione di somme di denaro pubblico per circa due miliardi di euro ogni anno, che tiene vivo il mercato degli affidamenti e -insieme ad ingenti esborsi di denaro privato- quello delle adozioni.” Cosa ha da dirci sulla Pas? ”La così detta ‘p.a.s.’, sindrome immaginaria, i cui inventori e fautori si affrettano a proclamarne oggi a gran voce, in protocolli e linee-guida, l’assoluta inesistenza, ha costituito e costituisce ancora uno strumento utilissimo all’esercizio di quell’arbitrio in nome del quale le vite delle famiglie possono essere controllate ed il novero dei bambini da destinare al mercato degli affidamenti può essere continuamente alimentato. Il meccanismo è semplice e – applicato con la disonestà e l’ignoranza dominanti nell’ambito de quo- efficace: nella famiglia che, secondo l’impostazione autoritario-cattolica, si etichetta come ‘disgregata’, a) la madre è ‘inadeguata’ allo svolgimento del proprio ruolo perché formula accuse forse false nei confronti del padre del bambino; b) il padre è ‘inadeguato’ al svolgimento del proprio ruolo perché forse le accuse della madre sono fondate; c) inter litigatores e in attesa di fatti certi, il bambino è posto in sicurezza (e ‘in circolo di mercato’) mediante l’intrusione dell’accolita di amministratori, mediatori, psicologi ed esperti pronti a fornire (imporre) il ‘sostegno dell’autorità‘, nonché spessissimo mediante la collocazione ‘protetta’, cioè in istituto (privato, ovviamente). ” Secondo lei, quale dovrebbe essere il primo passo di Finalmente Liberi? ” Il primo passo dovrebbe coincidere con quello che è stato proprio anche di altre meritorie iniziative: descrivere la realtà in modo documentato e diffondere la descrizione stessa, anche sollecitando magistrati, avvocati, medici e psicologi affinché si dissocino dal distorto sistema. ” E’ vero o sono leggende, le storie che vedrebbero gravi abusi su minori, all’interno di alcune strutture private? ” Tra le strutture private adibite alla ricezione di minorenni ve ne sono molte malfunzionanti o addirittura ‘infernali’; altre (poche) sono gestite con cura e scrupolo. Il problema non si esaurisce nel controllo sulle strutture, ma nell’evitare il meccanismo perverso per cui queste diventino centri di smistamento di bambini che mai avrebbero dovuto essere sottratti alla famiglia. Che tipo di controlli vengono effettuati su queste strutture? Vero che molte sono di matrice opussiana?   ” I controlli amministrativi sulle strutture predette sono del tutto inattendibili. Molte sono gestite da religiosi, molte altre da laici. In effetti, la contaminazione e l’etero-direzione del sistema giurisdizionale ed amministrativo minorile, soprattutto da parte dell’ ‘Opus Dei’, si attua non soltanto attraverso la gestione di istituti, ma anche e primariamente mediante la pervasiva e massiccia contaminazione della magistratura, specialmente di quella minorile, delle istituzioni di controllo sul sistema della giustizia, con particolare riguardo al C.S.M., nonché dell’amministrazione e del parastato. Del resto, il problema non è peculiare dell’ambito minorile, essendo ben noto che quella stessa organizzazione è assurta dalla fine degli anni Settanta del Novecento alla titolarità del soglio pontificio ed all’egemonia nel sistema creditizio e finanziario, nonché ininterrottamente dal 1992 al controllo del governo italiano ed alla predominanza in tutti gli schieramenti politici nazionali così detti ‘tradizionali’ (anche -ed anzi in special modo- in quelli riciclatisi dalla tradizione marxista all’esito degli eventi del 1989, attraverso la denigrazione e la sostanziale distruzione del partito e del movimento autenticamente socialisti -nell’ambito di metodi per l’acquisizione del potere cui, secondo quanto stanno chiarendo inchieste ormai decennali, avversate dai centri di potere politico e giudiziario, non sono rimasti estranei l’utilizzo di strutture associative occulte, la manipolazione dell’attività dei servizi segreti e l’alleanza con organizzazioni criminali consolidate-) ”. Per ciascuno minore si versa una quota di 100-150 euro al giorno, per un totale complessivo annuale di circa 1000 MILIONI di euro a carico della collettività ( fonte Osservatorio Nazionale Famiglie Separate – Gesef). Si dal varo della legge 285 del 1997 che stanzia annualmente centinaia di miliardi per garantire e tutelare i diritti dell’infanzia, si sono quintuplicati i centri di accoglienza, gestione e trattamento dei disagi minorili. Un’armata fatta di servizi sociali territoriali, migliaia di operatori formati e retribuiti con fondi pubblici, una schiera di avvocati e di psicologi, che non troverebbero altrimenti spazio sul mercato del lavoro professionale già saturo, traggono dalle conseguenze giudiziarie della conflittualità tra ex coniugi e del disagio minorile una inesauribile fonte di prosperoso guadagno. Temiamo che dietro gli enormi interessi economici che ruotano intorno alla “tutela del minore” possano celarsi lobbies di potere, serbatoi di voti, per un business che nulla ha a che vedere con la tutela dei minori.  

Fonte: http://www.federcontribuentinazionale.it/blog/2013/07/17/intervista-shock-al-giudice-morcavallo-sullaffidamento-minorile/

mercoledì 24 luglio 2013

Padri coraggio e spirale del silenzio






«Più un mezzo rende difficile la percezione selettiva, maggiore sarà il suo effetto, in entrambe le direzioni: esso rafforza quando supporta gli atteggiamenti preesistenti; modifica quando li contraddice»
(Noelle-Neumann, La Spirale del Silenzio).



Lo scenario è il seguente.
Si è detto che la tecnica per creare allarmi sociali è collaudata, degna della più sottile ingegneria sociale. Attraverso i media, si gonfiano dati a dismisura, si creano fattoidi, al fine di persuadere l'opinione pubblica, facendo leva sull'empatia generata da notizie selezionate ad hoc.. Si creano neologismi per distogliere l'attenzione dal vero significato delle parole, dare un senso di rassicurazione, tacitare le coscienze sulle contromisure d'urgenza, per porre rimedio all'allarme sociale, vero o presunto.
Intorno ai neologismi, intorno al significato etereo e indefinito da essi racchiuso, si crea il consenso, il consenso dell'opinione pubblica.
Intorno al consenso, si crea un diritto “sui generis” oppure una prassi “sui generis”, la quale, ben prestandosi alla tendenza al conformismo del singolo, costituisce lo stato delle cose.
Si elevano le proteste di alcuni, pochi, operatori o vittime della perpetrata discriminazione, che denunciano, on line, lo sfacelo della prassi giudiziaria applicata al diritto di famiglia.
Silenzio dei media (rare eccezioni, specie durante la festa del S.Natale)


Sul diritto di famiglia, come si spiega il silenzio delle vittime dei 90 mila casi di separazione annui, che , sottoposti alla stessa irragionevole prassi, costituisce la prova provata di una serpeggiante discriminazione di genere?
Sembra apparentemente inspiegabile, a leggere cosa scrive Hanna Arendt, sulla passività degli ebrei di fronte alla discriminazione perpetrata: 

Quelli rimasero di sasso: "È come una fabbrica automatica, come un mulino collegato a una panetteria. A un capo s'infila un ebreo che possiede ancora qualcosa, una fabbrica, un negozio, un conto in banca, e questo percorre l'edificio da uno sportello all'altro, da un ufficio all'altro, e sbuca all'altro capo senza un soldo, senza più nessun diritto, solamente con un passaporto in cui si dice: 'Devi lasciare il paese entro quindici giorni, altrimenti finirai in un campo di concentramento (Hannah Arendt, La banalità del male Feltrinelli, p.53)


In questa passività sembra di vedere i padri di famiglia, spogliati di affetti ed effetti, con una tale banalità da rasentare il cinismo. Tutti passivi nel silenzio.
Silenzio dei giudici. Silenzio dei politici. Silenzio dalla Magistratura, Silenzio dalla Politica. Silenzio dalla Società civile. Perchè il silenzio?



La risposta può essere trovata in una teoria di recente formulazione, la “spirale del silenzio”, che, in una estesa ricerca sul comportamento della opinione pubblica in Germania, Elizabeth Noëlle-Neumann confermò integralmente nel suo The Spiral of Silence: Public Opinion, Our Social Skin
Riassumendo, la teoria della spirale del silenzio si fonda su quattro assunti fondamentali:
  • la società minaccia costantemente gli individui di isolamento;
  • gli individui avvertono la paura dell’isolamento;
  • per paura dell’isolamento essi tentano di monitorare e valutare il clima d’opinione;
  • la valutazione influenza il loro comportamento nella sfera pubblica , condizionandone la libera espressione.



I media hanno un ruolo fondamentale nel pilotare o persuadere l'opinione pubblica, e in particolare:
  1. con la selezione delle notizie, influendo sulla percezione della realtà della pubblica opinione (agenda setting);
  2. con la consonanza: argomentazioni simili appaiono su temi prossimi nella programmazione (vedi programmazione televisiva incentrata su fatti di cronaca nera)
  3. con la cumulatività: le argomentazioni appaiono sui media a ciclo continuo

La tesi centrale della spirale del silenzio è pertanto la seguente: il costante, contemporaneo, ridondante e contorto afflusso di notizie da parte dei media può, col passare del tempo, causare un'incapacità nel pubblico nel selezionare e comprendere i processi di percezione e di influenza dei media; la realtà dei fatti rimane nell'oblio.
In questa situazione la persona singola ha il timore costante di essere una minoranza rispetto all'opinione pubblica generale. Per non rimanere isolata, la persona anche se con un'idea diversa rispetto alla massa non la mostra e cerca di conformarsi con il resto dell'opinione generale.
La spirale si autoalimenta. Maggiore è la paura del singolo a non denunciare la frode propagandistica di cui è spettatore o vittima (o potenziale artefice), maggiore è la probabilità che il silenzio perduri e si diffonda, anche tra coloro che vorrebbero essere “non allineati”.

Nella prefazione alla Neumann (La spirale del silenzio. Per una teoria dell'opinione pubblica Ed. Nautilus) Cristante sottolinea il paradosso che nonostante in democrazia si dia per acquisita la libertà di espressione, ancora esistono sanzioni, sulla base di «una minaccia alla reputazione che fa parte di leggi non scritte, ma non per questo meno evidenti». L’opinione pubblica svolge una funzione di integrazione della società: «sotto la minaccia di revoca costringe i governi a rispettarla, e lo stesso fa con gli individui paventando l’isolamento. Il risultato è in entrambi i casi l’integrazione, il rafforzamento della coesione e con esso la capacità di agire e decidere...ma la base di tale integrazione, che consente una direzione motrice della società, è la paura».

La Noelle-Neumann batte ripetutamente sul tasto del controllo sociale, e, in particolare, sul fatto che l’espressione umana sia limitata dall’appartenenza a un insieme di relazioni sociali che giudicano i comportamenti del singolo. E questo perché la paura dell’isolamento si fonda sulla natura sociale di ognuno ed è «evidentemente radicata come un istinto».

Dice, infatti, la Noelle-Neumann che «l’opinione pubblica è un’opinione in settori cui viene attribuita una certa importanza che può essere esternata pubblicamente senza timore di incorrere in sanzioni e sulla quale può basarsi l’agire pubblico. Quando il timore di incorrere in sanzioni è invece presente, l’opinione pubblica viene sostituita da un progressivo isolamento, la spirale. Essa avvolge con il silenzio la percezione del divenire minoranza della propria opinione» (Cristante, intr. alla Spirale del Silenzio).

Questo meccanismo può innescarsi grazie al fatto che gli individui raccolgono, da fonti diverse, informazioni utili al fine di valutare l’orientamento del clima d’opinione, sfruttando una capacità che E. Noelle-Neumann definisce come competenza quasi statistica. Essa è il risultato di una combinazione tra l’adattamento all’ambiente circostante e l’ambiente virtuale televisivo. In tal modo: «Le persone hanno l’abilità di stimare quanto sono forti le diverse posizioni all’interno del dibattito pubblico» (Noelle-Neumann, Spirale del Silenzio).
Le potenziali vittime, sentendo impossibile un dibattito pulito, finiscono per preferire raccogliersi in silenzio. In questo medesimo istante diventa politicamente defunto. Il male ha vinto una battaglia in più.

Tuttavia la società cambia, cambiano i climi di opinione, vecchie spirali del silenzio si spezzano e se ne creano di nuove (…). La studiosa parla di “sfidanti dell'opinione pubblica”. Sono outsider, avanguardisti eretici, missionari. In una sola espressione: “minoranza di opinione”. Alcuni sono chiamati “hard-core”. Zoccolo duro di resistenti, irriducibili e indifferenti alle sanzioni dell'opinione pubblica” (…) individui che prendono la parola “nonostante”.

Nel diritto di famiglia, la verità è nelle mani di tanti padri coraggio.













Educazione al genere. Per tutti.




Nelle scuole, progetti mirati educano ragazze e ragazzi a“rompere gli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne e uomini”. Il 12 giugno. sul sito www.ilfattoquotidiano.it, appariva l’articolo Educazione al genere, la mappa delle “buone pratiche” nelle scuole italiane (di Stefania Prati).
l’incipit suscita alcune riflessioni: "Nelle scuole italiane ci sono buone pratiche per educare gli studenti e le studentesse al“genere”. Con questo termine si intendono tutte le lezioni e gli incontri che cercano di rompere gli stereotipi che riguardano il ruolo sociale, la rappresentazione e il significato dell’essere donne e uomini. Questi stereotipi – secondo i quali, ad esempio, le donne sarebbero destinate a svolgere certe mansioni, come essere dedite alla cura dei figli, degli anziani e della casa, e gli uomini invece fatti per il lavoro che produce reddito e la carriera - sono contenuti anche nei libri di testo. Lo dimostrata Irene Biemmi, ricercatrice universitaria, che ha analizzato dieci manuali per le scuole primarie e ha condensato il suo lavoro nel libro “Educazione sessista, stereotipi di genere nei libri delle elementari”.
Davvero ottime iniziative. L’innalzamento del muro divisorio tra ruoli maschili e femminili rappresenta un passo indietro di secoli nella storia della civiltà.
Eppure accade ogni giorno, in ogni città, in ogni tribunale, e nessuno grida allo scandalo. All’uomo sposato viene benevolmente concesso di occuparsi dei figli, ma il messaggio subliminale contenuto in decenni di sentenze è “sia chiaro: in caso di separazione il tuo ruolo torna quello atavico del reperimento di risorse, educare i figli non è compito maschile”.
Allo stesso modo, alla donna sposata viene benevolmente concesso di cercare una realizzazione nel mondo del lavoro, ma il messaggio subliminale di centomila sentenze è “sia chiaro: in caso di separazione il tuo ruolo torna quello atavico di gestione della prole, l’autonomia non è privilegio femminile”.
La costrizione giudiziaria nel ruolo di fattrice e balia, un vincolo dal quale la donna ha impiegato secoli ad emanciparsi, eppure sembra che ancora oggi in Tribunale non se ne siano accorti.
È deciso che dei figli se ne debbano occupare le donne, punto. Al massimo lasciando qualche briciola agli uomini, ma decreti e sentenze non lasciano spazio ad interpretazioni: una larga prevalenza femminile nei compiti di cura della prole è inderogabile. Allo stesso modo è deciso che le risorse le procurino gli uomini, punto. Al massimo lasciando qualche contentino alle donne, ma la casistica consolidata negli anni dice che è inderogabile una larga prevalenza maschile nel reperimento di risorse.
Ovviamente vi sono delle eccezioni: donne che si disinteressano dell’autonomia lavorativa e uomini che si disinteressano dei figli; ma gli ostacoli vengono innalzati per tutte e tutti, anche per le madri che vorrebbero non dipendere dall’ex marito ed i padri che vorrebbero continuare ad occuparsi dei figli.
Il ruolo maschile stereotipato è quello di garantire il sostentamento della collettività, come quando usciva con la clava ad ammazzare la preda mentre la donna rimaneva nella grotta a cullare il pupo e controllare che il fuoco non si spegnesse. Come quando la donna andava al fiume a prendere l’acqua - ma sempre col pupo in braccio - e l’uomo difendeva i confini del clan dagli assalti di altri clan. Sembra una becera restaurazione dei confini di Genere: il tribunale stabilisce compiti femminili e compiti maschili, nessuno si azzardi a sconfinare. Chi prova a chiedere altro è conflittuale, non si piega alle regole del Sistema.
È lecito chiedersi come mai le numerose associazioni impegnate nella lunga serie di progetti in tutta Italia, abbiano dimenticato di riportare a scuola i magistrati. O perlomeno alcuni magistrati. Quelli cioè che si accaniscono nel prendere provvedimenti arcaici, dai quali trasuda quanto di più discriminatorio ed antifemminista possa esistere oggi in Italia.
Il riferimento è ad una larga parte di quei giudici che si occupano di separazioni e divorzi, terreno fertile per una discriminazione di Genere in atto da decenni ma che, curiosamente, nessuno nota. La casistica delle separazioni infatti, nonostante la riforma del 2006, continua a testimoniare un quadro deprimente per l’ottica femminile.
La prassi giurisprudenziale costruisce una discriminazione basata sul Genere e la cementa ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, perpetuando un percorso culturale diametralmente opposto a ciò che viene proposto nelle scuole come percorso di rieducazione: “stereotipi secondo i quali, ad esempio, le donne sarebbero destinate a svolgere certe mansioni, come essere dedite alla cura dei figli, degli anziani e della casa, e gli uomini invece fatti per il lavoro che produce reddito”.
Gli stessi stereotipi che devono essere distrutti nelle scuole poi tornano prepotentemente ad inquinare ogni minimo anfratto della Culla del Diritto.
Non si pronuncia l’UDI contro la genuflessione giudiziaria al paradigma di Genere? La divisione in compiti di Genere o è una discriminazione sempre o non lo è mai.
O è, o non è.
 
http://www.adiantum.it/public/3112-fas-e-la-convergenza-con-il-pensiero-femminista--possibile-un-percorso-comune--.asp